La scrittrice cilena Alejandra Costamagna
Recensioni

“Il sistema del tatto” di Alejandra Costamagna


Nel secondo articolo di questo blog attraverseremo insieme la cordigliera delle Ande e andremo dall’Argentina di Jorge Baron Biza al Cile di Alejandra Costamagna.

Alejandra Costamagna è nata a Santiago del Cile nel 1970 ed è considerata una delle più importanti voci della letteratura latinoamericana contemporanea. Con Il sistema del tatto ha vinto nel 2019 il Premio del Círculo de Críticos de Arte in Cile ed è stata finalista del prestigioso premio Herralde de Novela della casa editrice spagnola Anagrama (per intenderci, lo stesso premio che ha reso celebre Roberto Bolaño, che lo vinse nel 1998 con I detective selvaggi).

È cilena di nascita ma argentina e piemontese di origine, e questo dato biografico è già una chiave per interpretare il romanzo. L’intento diventa ancora più chiaro nell’epigrafe, una frase di Natalia Ginzburg che recita “Quando siamo felici la nostra fantasia ha più forza; quando siamo infelici, agisce allora più vivacemente la nostra memoria”.

La memoria in questo romanzo è come una di quelle lampade luminosissime che stanno in giardino e da cui i personaggi vengono attratti irresistibilmente ma a volte, come gli insetti d’estate, da quella stessa luce vengono fulminati. Me lo sono sentito addosso, questo romanzo, e mi ha fatto un po’ male. Tra le sue pagine si nascondevano, senza che io capissi come, il profumo di gelsomini nel giardino di mia nonna a Buenos Aires, i suoi gessetti da cucito con cui disegnavo, le frittelle di spinaci per farmi mangiare le verdure e un bazar dove mi portava spesso, pieno di scaffali affollati di barattoli di biscotti.

Dico che mi ha fatto “un po’ male” perché lo stile di Alejandra Costamagna non è mai sopra le righe, non cerca la facile commozione né appesantisce lo stato d’animo di chi legge. È uno stile delicato, elegante e poetico che sembra quasi fluttuare sulla nostalgia.

VI PIACERÀ SE

Avete bisogno di fare pace con il concetto di famiglia, o se sentite che il posto dove state non è quello che volete chiamare “casa”.

L’EDITORE

Per me le case editrici indipendenti sono come tanti megafoni che hanno il ruolo indispensabile di diffondere nel mondo la maggior varietà possibile di voci perché, come diceva Eduardo Galeano nel Libro degli abbracci, “Il mondo è fatto così, un mucchio di gente, un mare di fuocherelli. Ogni persona brilla di luce propria in mezzo a tutte le altre. Non esistono due fuochi uguali”.

Tuttavia, le logiche di mercato, la velocità con cui si pubblica e si comunica e l’attenzione sempre più volatile delle persone (per citare i fattori più noti), fanno sì che la voce di questi megafoni risulti sempre più attutita. Io credo, in tutta sincerità, che non possiamo permettercelo.

Rimanere nella nostra bolla, come se fosse un liquido amniotico che ci protegge, può darci l’illusione di conoscere e di poter in qualche modo controllare questo pazzo mondo, ma a lungo andare si tratta di un’illusione. Secondo me non c’è altro modo di stare al mondo che non sia ascoltare e aprirsi a ciò che è diverso da noi.

Per questo, dal mio modestissimo megafono voglio far uscire ogni mese le voci delle case editrici indipendenti italiane. Quelle che, con pochi mezzi e tante difficoltà, ci permettono di conoscere il mondo semplicemente aprendo un libro.

Lo scorso mese abbiamo iniziato il nostro viaggio con La Nuova Frontiera, questo mese vi parlerò di una casa editrice ancora più di nicchia: Edicola Ediciones. Tutto nasce da un’edicola di Ortona, in Abruzzo, che appartiene da più di cent’anni alla famiglia di Paolo Primavera, fondatore della casa editrice. Paolo racconta che, una volta, lui e suo padre si erano detti che tra le riviste che vendevano in edicola solo poche erano degne di nota, e che sarebbe stato bello un giorno avere una casa editrice di famiglia.

Ma cosa c’entra allora il Cile? Nel 2013, Paolo viveva in Cile da anni e faceva fatica a trovare nelle librerie cilene libri in italiano. Con lo spirito avventuroso e spavaldo che oggi contraddistingue la casa editrice – che non a caso si definisce “garibaldina” – Paolo e la sua compagna Alice hanno dato vita a una realtà imprenditoriale unica nel suo genere: un ponte editoriale tra due culture, quella italiana e quella cilena.

Le due sedi di Edicola Ediciones, una a Ortona proprio nell’edicola di famiglia, e l’altra a Santiago del Cile, sono separate da un oceano ma unite da un comune intento: pubblicare libri onesti e dall’identità forte, che diventino strumenti politici volti ad accogliere le differenze e a creare un pensiero critico e cosciente.

Il libro di Edicola che vi propongo questo mese fa parte della loro collana “Al tiro”, espressione popolare in Cile che significa “veloce, adesso, subito”. Questa collana nasce per portare in Italia le voci più potenti della letteratura cilena contemporanea, a cui appartiene senz’altro Alejandra Costamagna. Di lei Paolo Primavera dice: “Alejandra Costamagna è un ossimoro del silenzio, un metronomo allenato e variabile”.

LA TRAMA

Ania non ha piante, non ha un giardino, non ha radici dall’altra parte. (pag. 90)

Ania Coletti, la “chilenita” come affettuosamente era soprannominata da piccola dai famigliari argentini, è una donna di quarant’anni inquieta e al tempo stesso intorpidita da una vita in stallo: ha perso il lavoro come insegnante e per campare lavora saltuariamente a Santiago del Cile nelle case degli altri, annaffiando le piante o prendendosi cura degli animali domestici. Ha un rapporto difficile con il padre e si è legata sentimentalmente – ma senza convinzione – a un uomo molto più maturo di lei.

Il padre di Ania riceve da Campana – una città a nord-ovest di Buenos Aires dove ogni estate la famiglia Coletti trascorreva le vacanze a casa dei nonni – la notizia della morte del cugino Agustín, ultimo rappresentante della famiglia dall’altra parte della Cordigliera. Siccome deve prendersi cura della nuova moglie che ha una salute cagionevole, il padre chiede ad Ania di portare lei l’ultimo saluto ad Agustín.

Ania si mette così in viaggio per Campana, sulla strada piena di curve e salite che attraversa la Cordigliera e che da piccola percorreva ogni estate con il padre sulla “Due Cavalli”. Ad ogni chilometro, come se germogliassero dall’asfalto, viene travolta dai ricordi:

Mentre suo padre faceva benzina e pagava, Ania si accovacciava davanti alle griglie dei radiatori per salvare gli insetti imprigionati. Le più colpite erano sempre le farfalle. Ad Ania sembravano uccelli in miniatura, uccelli senza canto né piume. Stendeva un fazzoletto per terra e le sistemava una vicino all’altra, con estrema cura. Bisognava soccorrerle e farle volare prima che si dimenticassero come si fa.

I risultati erano sconfortanti: appena una o due su dieci si salvavano. Suo padre le aveva insegnato che non bisognava toccare troppo le ali, che per nulla al mondo la polverina delle farfalle doveva rimanerle attaccata alle dita. Se avesse tolto quello strato protettivo, quella “polvere cosmica”, diceva, avrebbe strappato loro la vita. E lei, chirurga dei suoi uccelli senza canto, si affannava a raddrizzare le zampe, a riaccomodare le antenne bruciacchiate perché riprendessero il volo. (pagg. 27-28)

A Campana il tempo si è fermato: internet è quasi inesistente e, mentre gira alla ricerca di una farmacia per curare la sua insonnia cronica, Ania vede solo anziani che giocano a carte in piazza, una scuola abbandonata, il bar Cecil che forse è nato con il paese e un monumento all’immigrato in pietra scura con l’iscrizione “Come onda dell’oceano venne dall’Italia a Campana”.

Decide di dormire nella vecchia casa dei nonni, corrosa dall’umidità e ridotta ormai a uno “scheletro di cemento”. In quella casa aveva passato tante estati della sua infanzia in compagnia dei nonni, italiani immigrati in Argentina dal Piemonte all’inizio del ‘900, della zia Nélida e del cugino Agustín, che Ania ora ricorda come un ragazzo taciturno e malinconico, che voleva diventare dattilografo e le regalava romanzetti horror per distoglierla dalla noia.

Quella dei Coletti, però, è una genealogia difettosa e segnata dallo sradicamento: Nélida è costretta dai suoi genitori a staccarsi dalla sua vita piemontese e a emigrare dall’altra parte del mondo per sposare un cugino che non conosce. Da donna moderna per i suoi tempi (era dattilografa e parlava tre lingue), Nélida in Argentina diventerà una creatura fragile e malinconica, persa tra i ricordi e i traumi della Seconda guerra mondiale.

Agustín, il figlio, studia per diventare dattilografo e in un certo senso ripercorrere le orme di quella madre che ha sempre visto infelice e silenziosa. Colpire i tasti della macchina da scrivere, fare rumore con le dita, gli sembra forse un modo per rispondere a quel silenzio. Vorrebbe partire, invidia la chilenita perché lei alla fine di ogni estate se ne può andare da quel posto. O, piuttosto, vorrebbe non essere mai nato, per non costringere la madre a rimanere in un paese a cui non sente di appartenere.

Il romanzo oscilla continuamente tra il presente di Ania e il passato di Agustín, uniti dal fatto di essere figli di immigrati (il padre di Ania era fuggito in Cile per motivi politici) e schiacciati dall’eredità pesante lasciata loro dai genitori. La loro è una lotta tra l’essere legati alle proprie radici e il bisogno di liberarsene, di respirare e cercare il loro posto nel mondo.

La casa di Campana durante tutto il romanzo sembra quasi sospesa tra personaggi fantasma, che non esistono più ma sono ancora presenti e ricompaiono sotto forma di appunti, lettere sgrammaticate, foto sbiadite e fogli battuti a macchina e pieni di refusi. Il romanzo è infatti anch’esso una creatura ibrida, dove la narrazione classica si alterna a documenti e ricordi che Nélida e Agustín hanno conservato nel tempo in una scatola di latta che Ania ritrova anni dopo, e che diventa una sorta di ponte tra loro.

Il titolo Il sistema del tatto allude non solo a una tecnica di dattilografia (il metodo che consente di scrivere a piene mani senza guardare la tastiera), ma anche al tatto inteso come capacità di relazionarsi con gli altri e adattarsi alle convenzioni, alle regole che stabiliscono che cosa sia una famiglia e come diventare soggetti funzionali al sistema produttivo.

A volte pensava di non essere fatta per stare con la gente, se la cavava meglio con un animale o una pianta che con un essere umano. (pag. 15)

La storia di Ania, eterna straniera alla ricerca di un inafferrabile senso di appartenenza, è la storia della sua famiglia, segnata inevitabilmente dal sacrificio di chi è partito in cerca di una vita migliore – lasciandosi indietro però un enorme pezzo di sé – e dal dolore di non poter più tornare a casa, perché quella casa non esiste più.

IL MANUALE DELL’EMIGRANTE ITALIANO IN ARGENTINA

Tra i cimeli che Ania ritrova nella scatola dei ricordi di Nélida e Agustín, mi ha colpito profondamente il Manuale dell’emigrante italiano in Argentina, tanto che ho sentito il bisogno di documentarmi. Si tratta di un documento storico del 1913 e attualmente conservato nella biblioteca di Biella, il cui intento era quello di fornire una serie di consigli e codici di comportamento agli italiani appena emigrati in Argentina.

Facendo ricerche (vi consiglio, se v’interessa il tema, la monografia Italia/Argentina della collana Diaspore edita dall’Università Ca’ Foscari di Venezia) ho letto che, sin dalla metà dell’800, periodo in cui nacque l’organizzazione nazionale della Repubblica Argentina, i governanti argentini miravano ad attrarre l’immigrazione europea per modernizzare il paese e avviare lo sfruttamento economico degli immensi territori delle Pampas. Questo, va da sé, presupponeva ovviamente l’eliminazione delle etnie indigene che vivevano da sempre in quelle terre, per sostituire la popolazione nativa con una più “civilizzata”. Così, tra il 1881 e il 1914 l’Argentina ricevette più di quattro milioni di migranti, cifra che in quel momento rappresentava circa il 25% della popolazione totale.

In questo periodo cominciarono a sorgere una serie di istituzioni e organizzazioni, sia laiche che religiose1, volte a dare assistenza ai nuovi arrivati, e si pubblicarono guide e opuscoli per offrire indicazioni e anche per incitare alla partenza le masse affamate di contadini italiani, enfatizzando il mito dell’America, la terra promessa ricca e fertile dove si poteva ricominciare una nuova vita.

Il Manuale è scritto con un tono vagamente moralista e paternalista, che considerava il migrante come un viaggiatore ingenuo e sprovveduto a cui bisognava spiegare tutto: da come acquistare il biglietto a quali bagagli portare e come trovare lavoro. Non solo: il Manuale conteneva anche una serie di brevi e surreali norme di comportamento (le stesse che Ania trova nella scatola e che molto probabilmente sua zia Nélida aveva letto) per far sì che chi arrivava si mimetizzasse e non fosse considerato “troppo straniero”, e quindi non degno di essere accolto.

Si va dal consiglio di chiamare le donne “señora” e non “mujer” –  che, secondo il Manuale, suona male perché equivale a dire “femmina” – all’esortare gli italiani a non camminare fuori dal marciapiede per non essere qualificati come “atorrantes”, cioè pezzenti.

Ovviamente non manca la raccomandazione a restare legati alla patria d’origine, con l’augurio che “possa l’immane sacrifizio che fate, abbandonando il suolo nativo, essere soltanto temporaneo, e v’irrida la più rapida e prospera fortuna, sì che possiate ben presto, raggiunto lo scopo che vi eravate proposto emigrando, rivedere l’azzurro del bel cielo italiano”.

Inserendo stralci di questo Manuale all’interno del racconto delle vicende di Ania e della sua famiglia, Alejandra Costamagna ha voluto fare una denuncia fortissima e poetica allo stesso tempo: non è possibile riassumere delle differenze culturali e geografiche così profonde in pochi striminziti consigli.

E, soprattutto, non è rinunciando alla propria identità che ci si integra in un altro paese. Il prezzo da pagare per questa rinuncia è drammatico, come dimostra la storia di Nélida.

L’integrazione è un percorso complesso e travagliato e mi sento di dire – perdonatemi la franchezza – che nemmeno oggi come società siamo ancora in grado di gestirla. Figuriamoci se riesce a farlo un manuale.

GENESI DI “IL SISTEMA DEL TATTO”

Sicuramente, la capacità di cogliere con tanta delicatezza e profondità le varie sfumature della nostalgia e lo sradicamento è maturata nella scrittrice attraverso la sua esperienza personale.

Viene spontaneo chiedersi quanto ci sia di Alejandra Costamagna nella protagonista Ania. Lei racconta che i viaggi sulla “Due Cavalli” dal Cile all’Argentina negli anni ’702 sono stati una costante della sua infanzia, perché i suoi genitori la portavano di là dalla Cordigliera tutte le estati per far visita ai nonni. E lei cercava di salvare le farfalle spiaccicate sui radiatori, e suo zio Agustín le regalava dei romanzetti horror. Ma la verità è che Il sistema del tatto è un album famigliare lavorato fino a diventare finzione.

In un’intervista concessa alla docente e dottoressa in letteratura latinoamericana Angélica Franken sulla rivista Letral, Alejandra Costamagna racconta a proposito della genesi del romanzo3:

Questo è un libro a cui ho lavorato per anni, senza sapere che lo stavo scrivendo. Un libro che ha avuto un’infinità di mutamenti, che mi ha portato dal Cile all’Argentina dei miei genitori e al Piemonte dei primi migranti della mia famiglia. Dalla memoria alla finzione, dal presente al passato, dall’immaginazione al documento: un andare e venire in molti sensi. […] All’inizio io volevo raccontare questa storia senza ricorrere alla finzione, con l’idea di un lavoro documentale. Avevo due fulcri: da un lato, la storia di mia zia Nélida, che fu mandata in Argentina dai suoi genitori nel 1949 per motivi abbastanza oscuri. Una donna strappata ai suoi affetti, alla sua lingua, al suo paesaggio natale e ai suoi parenti.

L’altro fulcro erano i miei bisnonni, che fecero lo stesso percorso, ma nel 1910. Tutti in nave, con dei biglietti di sola andata e alla ricerca di una vita migliore. M’interessava pensarli in relazione allo spostamento dei miei genitori diversi anni più tardi, non da una parte all’altra dell’oceano ma della Cordigliera.

Tuttavia, era come se queste storie opponessero resistenza all’essere raccontate. Qualcosa le rendeva sempre tronche. […] Continuai comunque a indagare e, nel processo, comparvero materiali, dicerie, archivi e, soprattutto, un presente che ha fatto vacillare il registro documentale e l’idea di restituzione del passato. Lì mi sono resa conto che questo era un romanzo, cioè, che necessariamente doveva esserci una costruzione. Una finzione, una figurazione estetica.

Alejandra Costamagna durante la scrittura di questo romanzo si è scontrata quindi con l’impossibilità di ricostruire davvero la storia della sua famiglia, con i suoi silenzi e le speculazioni che rendevano inevitabilmente sfocato il confine tra realtà e finzione. Ha deciso allora di lavorare con quei vuoti, con le mezze verità e le contraddizioni che destabilizzavano i ricordi e questo passato, riportato alla memoria attraverso il filtro del presente, è diventato letteratura.

PER APPROFONDIRE

Per addentrarvi ancora di più nella visione del mondo di questa straordinaria scrittrice, vi consiglio di leggere l’intervista che ha rilasciato all’editore Edicola, che di lei ha pubblicato anche la raccolta di racconti C’era una volta un passero.

Se tra un lavoro domestico e l’altro o mentre siete bloccat* nel traffico volete farvi cullare dalla voce di Alejandra, eccovi una chiacchierata che ha fatto tempo fa con il Booktuber Andrea Pennywise.

Infine, vi segnalo un articolo molto interessante di Silvia Pelizzari su “L’Indiscreto” che prova ad analizzare lo strano rapporto del Cile con la memoria. Il paragrafo sul deserto di Atacama è pura poesia, davvero.

Spero che vi sia piaciuto l’articolo e che vi sia venuta voglia di leggere questo romanzo con la calma e la riflessione che merita, magari durante il ponte di Pasqua! 😉

Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti, o scrivendomi se vi va qui.

Un abrazo fuerte, vi auguro un mese di bellissime letture e ci risentiamo a fine aprile!


  1. Nacque a questo scopo la Congregazione dei missionari scalabriniani, fondata a Piacenza nel 1887 dal beato Giovanni Battista Scalabrini per assistere i migranti italiani che partivano in massa per le Americhe. Ancora oggi opera per facilitare l’inserimento di migranti e di rifugiati in Italia. ↩︎
  2. Periodo in cui scoppiò tra l’altro il conflitto tra le giunte militari al potere sia in Cile che in Argentina per il canale di Beagle. Nel romanzo, Alejandra Costamagna non parla mai della dittatura ma la condanna indirettamente nell’episodio in cui la piccola Ania viene picchiata a Campana perché è cilena, quindi appartiene al paese “nemico”. ↩︎
  3. Articolo in spagnolo, traduzione mia. ↩︎

2 Comments

  • Roberto

    Grazie al tuo consiglio li ho letti.
    C’era una volta un passero e Il Sistema del tatto
    sono libri che toccano il cuore. Grazie anche ad Edicola Ediciones per averli pubblicati

    • Rocío

      Grazie a te per averli letti, è proprio vero! Alejandra Costamagna tratta temi dolorosi ma con una penna leggerissima e malinconica. Mi fa tanto piacere che tu abbia amato queste letture, grazie per il tuo commento 🙂

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