“Lutto” di Eduardo Halfon

VI PIACERÀ SE
Vi piace l’autofiction come strumento per indagare come i tabù e i segreti familiari ci definiscano; e come la nostra vita adulta sia un miscuglio di ricordi vissuti e inventati. Con una scrittura concisa ed evocativa, da assaporare con calma, Eduardo Halfon cerca di esorcizzare il lutto attraverso le parole e, in un certo senso, di ricostruire la propria storia rivendicando il diritto alla verità che gli adulti spesso negano ai bambini.
L’EDITORE

Il Saggiatore è una casa editrice fondata a Milano nel 1958 da Alberto Mondadori, figlio di Arnoldo Mondadori. Il 15 marzo del 1958, in una lettera indirizzata a William Faulkner, il giovane Mondadori annunciava la volontà di lasciare la casa editrice paterna per dedicarsi a un progetto a lungo termine, che avrebbe avuto il compito di “sprovincializzare” e laicizzare la cultura italiana.
La missione de Il Saggiatore è quella di pubblicare opere di di impronta «illuministica» nel campo della saggistica, della letteratura e della divulgazione scientifica, con l’obiettivo di «progettare libri più che trovarli o subirli dal mercato». La casa editrice si distingue infatti per la cura editoriale, la selezione rigorosa degli autori e la promozione di testi che stimolino la riflessione e offrano una visione critica sulle questioni sociali, culturali e scientifiche del nostro tempo.
L’AUTORE
Eduardo Halfon è nato nel 1971 in Guatemala e all’età di 10 anni si è trasferito con i genitori negli Stati Uniti, per poi tornare nella sua terra natale dopo molti anni. Il suo albero genealogico è ricco di nazionalità diverse e migrazioni, dato che i suoi nonni e bisnonni venivano dall’Ucraina, l’Egitto, la Palestina, la Spagna, il Libano, la Siria e la Polonia. Non a caso i temi dell’identità, della memoria e della famiglia sono centrali nel progetto letterario che Halfon sta costruendo da anni, in cui attraverso i suoi racconti e romanzi delinea una cronaca della sua vita che ha conquistato molti lettori e lettrici per il suo carattere intimo e allo stesso tempo universale.

La sua produzione comprende (tra racconti e romanzi): Esto no es una pipa, Saturno (2003), De cabo roto (2003), El ángel literario (2004) tradotto in italiano da editore Cavallo di Ferro, Siete minutos de desasosiego (2007), Clases de hebreo (2008), Clases de dibujo (2007), El boxeador polaco (2008) tradotto in italiano da Rubettino editore, Morirse un poco (2009), La pirueta (2010), Los espacios irónicos (2010), Mañana nunca lo hablamos (2011), Elocuencias de un tartamudo (2012), Monasterio (Libros del Asteroide, 2014), Signor Hoffman (Libros del Asteroide, 2015) tradotto in italiano come Oh ghetto amore mio da Giuntina editore, Duelo (Libros del Asteroide, 2017) tradotto in italiano daIl Saggiatore, Biblioteca bizarra (2018), Canción (2021) e Tarántula (2024).
Le sue opere sono state tradotte in inglese, tedesco, francese, italiano, serbo, portoghese, olandese, giapponese, norvegese e croato. Nel 2007 è stato nominato uno dei 39 migliori giovani scrittori latinoamericani dall’Hay Festival di Bogotá e nel 2011 ha ricevuto la borsa di studio Guggenheim. Nel 2015 ha vinto in Francia il prestigioso Premio Roger Caillois di Letteratura Latinoamericana. Lutto ha ricevuto il Premio Nazionale di Letteratura in Guatemala, il più importante premio letterario del paese.
LA TRAMA
«Avevo solo dieci anni, ma già capivo che una lingua è anche uno scafandro»1.
L’autore-narratore, che racconta la sua storia con una voce adulta che non ha perso l’ingenuità dell’infanzia, ci porta sulle rive del lago Amatitlán in Guatemala. Cerca di ricomporre l’immagine di un bambino che ricorda aver visto annegare. No, forse non lo ricorda. Ricorda che gli hanno raccontato la storia di un bambino che è morto annegato in quel lago. Quel bambino, Salomón, era il fratello di suo padre.

Crede a questo per tutta la sua infanzia, la storia di Salomón è la prima che, dopo essere emigrato negli Stati Uniti con la famiglia, Eduardo Halfon racconta ai suoi compagni di classe in un inglese stentato. Finché, anni più tardi, scopre che non c’è stato un bambino nel lago, che non è mai esistito un suo zio-bambino annegato e che invece c’è un segreto, un silenzio intorno a quel nome nella sua famiglia. Il nome di Salomón è tabù.
È in quel silenzio, e non nell’acqua del lago, che Eduardo Halfon deve allora immergersi, è quella l’esplorazione da compiere, perché la lingua è davvero uno scafandro. Protegge, ma nasconde anche.
Questo romanzo breve ha un titolo molto significativo in spagnolo: “duelo” ha infatti il doppio significato di “lutto” ma anche di “duello”. Da un lato, in effetti, c’è una perdita che potrebbe essere la perdita dell’innocenza del bambino Eduardo Halfon, che credeva per esempio che il numero tatuato sul braccio del nonno ebreo polacco fosse un numero di telefono. Dall’altro, si racconta il duello dell’autore contro i fantasmi della memoria che vivono ancora lì, sospesi e indisturbati nella sua famiglia. Lutto è un libro sulla memoria, su ciò che ricordiamo e ciò che non vogliamo ricordare. Una sorta di riparazione nei confronti delle bugie raccontate dagli adulti a tutti i bambini del mondo.
Con il pretesto di scrivere un giallo basato sull’indagine intorno alla figura del piccolo Salomón, Halfon intreccia le storie del padre, del fratello, dei nonni ebrei e ci parla di migrazione, di genocidi antichi e moderni, di campi di sterminio e di colonizzazione.
La migrazione, infatti, è una costante della sua famiglia: a dieci anni, si trasferisce con i genitori e il fratello negli Stati Uniti perché il Guatemala del 1981 era diventato un campo di battaglia tra i soldati del governo e i guerriglieri. Il nonno ebreo polacco era stato imprigionato per sei anni in vari campi di concentramento ed era fuggito in Guatemala nel 1946, dopo la guerra. L’esilio è un tassello fondamentale, purtroppo, nella costruzione dell’identità famigliare degli Halfon.
Non c’è una vera trama, in Lutto. È una piccola opera di oreficeria nel linguaggio, nella precisione delle immagini, nella forza delle emozioni che emergono, piano piano. La prosa di Halfon è priva di sentimentalismo e di artifici. Si basa sulla semplicità e sulla concisione, non priva di amarezza quando mette in evidenza il contrasto tra lo sguardo infantile del bambino che era, e la realtà dura e crudele in cui non si rendeva ancora conto di stare vivendo.
«Tu non scriverai nulla su questo, mi chiese o mi ordinò mio padre, il suo indice alzato, il suo tono a metà tra supplica e comando. Pensai di rispondergli che uno scrittore non sa mai di cosa scriverà, che uno scrittore non sceglie le sue storie ma le storie scelgono lui, che uno scrittore non è che una foglia secca nel soffio della sua narrativa. Però per fortuna non dissi niente.
Tu non scriverai nulla su questo, ripeté mio padre, il suo tono stavolta più forte, quasi autoritario. Sentii il peso delle sue parole. Certo che no, gli dissi, forse sincero, o forse già sapendo che nessuna storia è imperativa, nessuna storia è necessaria, salvo quelle che qualcuno ci proibisce di raccontare»2.
EDUARDO HALFON E IL SUO RAPPORTO CON IL GUATEMALA
«Il Guatemala è un paese che mi fa soffrire» racconta Eduardo Halfon. Si considera guatemalteco perché è quello il suo luogo di nascita e perché la sua famiglia ancora vive lì, ma assicura che non tornerebbe, perché «è un paese difficile in cui vivere, e ancora di più in cui tornare». E non è l’unico scrittore guatemalteco condannato a vivere lontano da casa.
In un’intervista rilasciata al Guardian, che vi traduco dall’inglese qui sotto, Halfon spiega bene il rapporto doloroso e conflittuale tra il Guatemala e i suoi intellettuali:
Nell’ultimo secolo gli scrittori guatemaltechi hanno scritto e sono morti in esilio. Miguel Ángel Asturias, che ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 1967, scrisse i suoi libri sul Guatemala mentre viveva in esilio, in Sudamerica e in Europa. Morì a Parigi ed è sepolto nel cimitero Père Lachaise. Il grande scrittore di racconti Augusto Monterroso, dopo essere stato arrestato dai militari del dittatore Jorge Ubico, fu costretto a lasciare il paese nel 1944. Fuggì prima in Cile, poi in Messico, dove visse il resto della sua vita, scrisse la maggior parte dei suoi racconti, e dove oggi è sepolto.
Luis Cardoza y Aragón, probabilmente il più importante poeta guatemalteco del XX secolo, subì un simile destino ‒ fu costretto anche lui all’esilio in Messico negli anni Trenta del ‘900, dove scrisse tutta la sua produzione poetica e dove morì. Carlos Solórzano, il più grande drammaturgo del Guatemala, fu costretto a lasciare il paese nel 1939 ‒ prima andò in Germania e poi in Messico ‒ per non tornare mai più in Guatemala. Anche lo scrittore Mario Payeras, comandante dei guerriglieri negli anni ’70, scrisse mentre era in esilio in Messico, dove morì all’improvviso, misteriosamente (i suoi resti furono sepolti in un cimitero a sudovest del paese, ma sono da allora scomparsi).
Uno dei più importanti romanzi guatemaltechi degli ultimi decenni, El Tiempo Principia en Xibalbá (Il tempo comincia in Xibalbá) fu scritto dall’autore indigeno Luis de Lión, che nel 1984 fu rapito dai militari, torturato per venti giorni, e poi scomparve. Il suo omicidio fu confermato soltanto quindici anni più tardi, nel 1999, quando il suo nome comparve nel famigerato “Diario militare”, un inquietante documento militare che elencava segretamente il destino di tutti i guatemaltechi scomparsi per mano delle forze militari tra l’agosto del 1983 e il marzo del 1985.
Luis de Lión […] era il numero 135. Il suo romanzo fu pubblicato postumo, il più estremo degli esili. Di alcune cose in Guatemala semplicemente non si parla e non si scrive. Gli scrittori guatemaltechi, e i guatemaltechi in generale, vivono da quasi un secolo in un clima di paura. Se qualcuno osava parlare apertamente, finiva per sparire scappando in esilio, o scompariva letteralmente. Questa paura è ancora diffusa, radicata nel profondo del subconscio del popolo guatemalteco, che nel corso del tempo è stato educato al silenzio. A non parlare apertamente. A non dire o scrivere parole che potrebbero ucciderti.
La prima conseguenza di ciò, ovviamente, è il silenzio generale. Di alcune cose in Guatemala semplicemente non si parla e non si scrive. Del genocidio degli indigeni negli anni Ottanta. Del razzismo estremo. Del numero esorbitante di donne uccise. Dell’impossibilità di attuare una riforma agraria e di redistribuire la ricchezza. Dei legami strettissimi tra il governo e i cartelli della droga. Nonostante questi siano aspetti che ormai definiscono il paese stesso, vengono discussi e commentati solo sottovoce, o dall’esterno. Ma la seconda e forse più pericolosa conseguenza della cultura del silenzio è una certa forma di auto-censura: quando si scrive o si parla, si evita di dire cose che possano mettere sé stessi o la propria famiglia in pericolo.
L’auto-censura diventa automatica, inconscia. Perché il pericolo è molto reale. Nonostante i giorni dei dittatori siano finiti, l’esercito è ancora potente e gli omicidi politici e militari sono troppo comuni. Come può allora un giornalista fare il giornalista se la sua vita è alla mercé degli articoli che scrive? Come può un romanziere o un poeta dire qualcosa di vero sul proprio popolo, sulla disuguaglianza sociale, sui livelli intollerabili di razzismo e povertà, se la sua stessa vita dipende dalle parole di quei romanzi o poesie? Non possono.
Il giornalista non può fare il giornalista. Il romanziere non può concedersi di essere fedele alla verità. E il poeta semplicemente smette di essere un poeta.
PER APPROFONDIRE

A proposito del Premio Nacional de Literatura del Guatemala, che Eduardo Halfon ha vinto nel 2018, dovete sapere che è un premio molto controverso. Halfon decise di accettarlo perché non gli sembrava rispettoso rifiutarlo, ma donò il premio economico a un’associazione che difende i diritti delle bambine, ammettendo che non gli faceva piacere riceverlo dalle mani di un governo che non apprezzava per niente.
Non solo, il premio porta il nome di un personaggio oggi discutibile, Miguel Ángel Asturias. Lo scrittore Premio Nobel venne accusato di razzismo da molti indigeni guatemaltechi, e proprio per questo nel 2004 il poeta di etnia quiché Humberto Ak´abal rifiutò invece il premio con queste parole:
Ho rifiutato questo premio per un semplice motivo: si chiama Miguel Ángel Asturias, che è stato uno scrittore di grande valore, tuttavia ha scritto la tesi Il problema sociale dell’indio, in cui offende le popolazioni indigene del Guatemala, di cui faccio parte. Pertanto, non mi onora ricevere questo premio. Rispetto molto la sua letteratura, ma non mi sento a mio agio in questo senso, quindi per questo motivo mi rifiuto di riceverlo.
Il problema sociale dell’indio è la tesi con cui Miguel Ángel Asturias si laureò in giurisprudenza nell’Università di San Carlos nel 1923, a 24 anni. In questa tesi, Asturias fa affermazioni che oggi consideriamo francamente scandalose, come per esempio “L’indiano è il prototipo dell’uomo antigienico, la cui prova è la facilità con cui le malattie si diffondono tra i suoi simili […] La stagnazione in cui si trova la razza indigena, la sua immoralità, la sua inazione, il suo modo di pensare rozzo, hanno origine nella mancanza di flusso sanguigno che possa spingerla con vigoroso desiderio verso il progresso”.
C’è da dire, purtroppo, che questo era il pensiero prevalente dell’epoca e quindi queste parole deplorevoli vanno contestualizzate. C’è anche da dire che negli anni Asturias corresse queste sue posizioni così razziste: si dice che fu durante l’esilio in Francia che ebbe una sorta di “risveglio” e si rese conto che il Guatemala era apprezzato all’estero proprio per la sua ricca e antica cultura indigena.
Quindi, la posizione di Ak’abal è assolutamente rispettabile e comprensibile, ma non dimentichiamo anche che Asturias in seguito capì di essere nel torto e divenne un uomo orgoglioso delle varie culture che componevano la ricchezza del suo paese.
Come dice qui la giornalista guatemalteca Liliana Villatoro, chiedendosi “cosa ne facciamo oggi di Asturias?”
Lo leggiamo, ma non lo sacralizziamo. Lo apprezziamo, ma non lo lasciamo solo. Lo citiamo, ma lo discutiamo anche. E riconosciamo che, sebbene sia l’unico guatemalteco ad aver vinto finora il Premio Nobel per la letteratura, non è l’unico che scrive.


