La donna che anticipò il futuro: Alfonsina Storni
Alfonsina Storni oggi è una figura leggendaria in Argentina e in tutto il Sud America, forse soltanto Frida Kahlo può reggere il confronto con il mito nato intorno al suo modo di intendere la vita e la morte.
Ha persino una canzone dedicata a lei – scritta da Ariel Ramírez e Félix Luna e interpretata dalla grandissima Mercedes Sosa – Alfonsina y el mar. Alfonsina Storni il mare lo affrontò la prima volta nel 1896: a quattro anni, s’imbarcò con i genitori e due fratelli (lei era la più piccola) su una nave che l’avrebbe condotta in Argentina.
UNA VITA TRAVAGLIATA
Era nata a Sala Capriasca, un piccolo villaggio di collina del distretto di Lugano, in Canton Ticino, il 29 maggio del 1892. Gli Storni erano birrai e, insieme ad alcuni soci cercarono di aprire una fabbrica di birra a San Juan (regione nella parte nordoccidentale dell’Argentina), ma l’impresa risultò fallimentare. Nel 1901 si trasferirono a Rosario e aprirono il “Café Suizo”, pure quello destinato al fallimento.
La giovane Alfonsina serviva ai tavoli e faceva la lavapiatti, cercando di tenere su il fragile castello di sogni e speranze della sua famiglia. Il padre Alfonso, però, non riuscì a resistere a tutti quei fallimenti: depresso e alcolizzato, morì nel 1906. Alfonsina allora si diede da fare lavorando come sarta e operaia in una fabbrica di cappelli, senza smettere mai di credere che lo studio sarebbe stato per lei la chiave per uscire da quella situazione disperata.
Si dedicò alla recitazione girando l’Argentina con una compagnia teatrale e nel 1909 finalmente si diplomò e iniziò a lavorare come maestra rurale. Poi successe “lo scandalo”: Alfonsina rimase incinta di un uomo sposato, molto più grande di lei e con una reputazione sociale “da difendere”. Lui, come non detto, l’abbandonò e lei prese una decisione molto audace per i tempi: tenere il bambino (Alejandro, che nacque nel 1912) e trasferirsi da sola a Buenos Aires.

La sua condizione di ragazza madre single la portò a svolgere diverse professioni, da redattrice pubblicitaria (dove entrò in contatto per la prima volta con una macchina da scrivere) a maestra elementare, e fu a Buenos Aires che pubblicò la sua prima raccolta di poesie, La inquietud del rosal, che provocò un certo scalpore per i temi trattati: la ribellione, il risentimento per chi condannava il suo avere avuto un figlio “frutto del peccato”, il disincanto.
Alfonsina pubblicò nove raccolte di poesie tra il 1916 e il 1938, tutte sul filo del rasoio tra l’amore disperato per la vita e l’anelito della morte come liberazione dalle difficoltà e il dolore. Il riscatto sociale e di genere, l’esistenza come lotta, la metropoli alienante, la consapevolezza di dover andare avanti senza cercare il conforto della fede: i suoi versi si nutrono di tutto questo.
Come nel tango dell’epoca, intriso di machismo, di pugnali e dimostrazioni di coraggio, nella sua poesia La loba, Alfonsina Storni si appropriò della spregiudicatezza che era allora appannaggio unicamente maschile, e disse:
Io sono come la lupa. Me ne vado sola e rido
del branco. Mi guadagno il cibo ed è mio
dovunque sia, poiché ho una mano
che sa lavorare e cervello sano.Chi mi può seguire venga con me,
ma io me ne sto ritta, di fronte al nemico,
la vita, e non temo il suo impeto fatale
perché ho sempre un pugnale pronto in mano.Il figlio e dopo io e dopo… quel che sia!
Quel che prima mi chiami alla lotta.
Talvolta l’illusione di un bocciolo d’amore
che so sciupare prima ancora che diventi fiore1.
La poesia di Alfonsina s’impose nel panorama letterario di primo Novecento per la sua cruda onestà e la rivendicazione di un’indipendenza ch’era sì sentimentale ed erotica, ma soprattutto intellettuale. Fu con lei che la donna entrò stabilmente nella vita letteraria argentina.
Le sue poesie non piacevano a tutti, Borges per esempio la chiamava comadrita e considerava la sua poesia “pacchiana e imbevuta di retorica tardo-romantica”, ma fu amata e venerata da chi in quei versi intravedeva il coraggio e la trasgressione, l’urgenza del denunciare.
L’ALFONSINA GIORNALISTA
Uno degli aspetti meno noti della produzione di Alfonsina Storni è quello di giornalista. Tra il 1919 e 1921 inventò tra le pagine della rivista La Nota e nel prestigioso giornale La Nación un genere nuovo, ibrido, a metà tra la finzione letteraria e il giornalismo. Si firmava con uno pseudonimo, Tao Lao, uno pseudo-giornalista cinese che, data la sua condizione di straniero e maschio, era autorizzato a dire ciò che voleva.
Anche qui la sua penna è graffiante e caustica, utilizzava l’ironia e la parodia degli stereotipi femminili per denunciare i pregiudizi che affliggevano il suo genere. Buenos Aires, la grande metropoli che negli anni Venti estendeva i suoi tentacoli a tratti bui, a tratti sfavillanti sempre più lontano, era il regno di Storni. Nulla sfuggiva al suo sguardo tagliente: gli eccessi del consumismo, le differenze sociali, le apparenze con cui uomini e donne si presentavano in società.

Scrisse satire feroci sulle condizioni di lavoro riservate alle donne, in particolare alle immigrate:
Nella sua terra, l’emigrata aveva una personalità: si chiamava María, Juana, Rosa, eccetera. Era una dei sei o sette membri della famiglia; era il fiore di un piccolo giardino, rappresentava una speranza, una possibilità, un nuovo nucleo da formare.
La sua vita subiva il peso della tradizione e lei si muoveva attenta, sorvegliata dalla chiesa che biancheggiava in lontananza e dalla terra che le si anneriva attorno, così dura e stanca. Gli alberi sul suo cammino potevano dire: “Ecco che arriva María, o Juana, o Rosa”, mentre gli alberi di Buenos Aires dicono soltanto:
“Guarda, un libretto di risparmio che cammina”.2
In queste colonne Alfonsina è tanto sarcastica nel denunciare il conformismo e l’ipocrisia borghese, quanto audace nel lottare per i diritti delle donne, costrette allora a scegliere tra il silenzio o la chiacchiera frivola e ritenute legalmente incapaci e prive del diritto di voto (in Argentina le donne voteranno solo nel 1947, grazie a Eva Perón).
In un articolo su La Nación del 13 marzo 1921, sempre firmandosi come Tao Lao, Alfonsina Storni parlò di un tema che era tabù in quel momento: l’indipendenza economica delle donne:
È un fenomeno risaputo: quanta più sicurezza economica ha la donna, tanto meno ha fretta di sposarsi. […] Sarà più facile entrare in uno stato di amore, o in uno stato propizio al matrimonio, per la giovane che ha bisogno del sostegno economico maschile rispetto a chi può soddisfare i bisogni materiali con i propri mezzi.3
Oggi ci sembra un discorso ovvio ma, pensate: siamo all’inizio degli anni Venti del Novecento e Alfonsina sta scrivendo questo nella colonna femminile di un giornale conservatore come La Nación!
La sua era una guerra totale, non risparmiò nemmeno quelle donne che accettavano, o persino difendevano quello status quo. Nel feroce articolo Chi è il nemico del divorzio?, Alfonsina Storni non usò mezzi termini affermando che il nemico dichiarato del divorzio in Argentina era la donna stessa:
[…] Spesso è un misero timore economico, sociale. E se mio marito mi abbandona?, pensa la donna. Allora preferisce vivere senza alcun orizzonte spirituale, far scivolare la sua misera vita dal corpo, piuttosto che discendere nel profondo del proprio essere e ritrovarsi.4
Oggi possiamo conoscere la portata rivoluzionaria ed esplosiva del lavoro giornalistico di Alfonsina Storni grazie alla raccolta pubblicata da Edicola edizioni qualche mese fa, Diario di una bambina inutile. Sono rimasta così affascinata da questi scritti dirompenti – che parlano anche alla nostra società del 2025 e provocano i mentalmente pigri invitandoli ad avere il coraggio di pensare con la propria testa – che ho deciso di approfondire con il traduttore, Alberto Bile Spadaccini.

INTERVISTA AL TRADUTTORE: ALBERTO BILE SPADACCINI
Com’è nata l’idea di questa raccolta e come siete riusciti a procurarvi le varie cronache?
L’idea è nata da un’opportunità, un finanziamento alle traduzioni di autori svizzeri. Alfonsina Storni nasce proprio in Svizzera e abbiamo provato, insieme ad Alice e Paolo (editori di Edicola, N.d.R.), a ottenere i fondi. Abbiamo preparato velocemente una prima scaletta, ma non abbiamo vinto il bando. Solo che ormai ci eravamo innamorati troppo del progetto, e abbiamo trovato la quadra per riuscire a realizzarlo lo stesso.
La scaletta, però, l’abbiamo modificata e costruita con più calma. Abbiamo scelto le cronache – non solo noi tre ma anche Sofia Ciavarella e Martina Dal Sasso – dopo averne setacciate un centinaio pubblicate in due diverse antologie: Nosotras… y la piel (Alfaguara, 1998, a cura di Mariela Méndez, Graciela Queirolo e Alicia Salomone) e Escritos. Imágenes de género (Eduvim, 2014, a cura di Tania Diz). Ci siamo divisi le letture e poi tutti hanno letto le proposte altrui: ci siamo visti e sentiti diverse volte, per telefono, via mail e in videochiamata: anche quando avremmo optato per scelte diverse abbiamo condiviso un grande interesse, una grande sorpresa per quei testi così vivi e moderni.
Alfonsina Storni è nota soprattutto come poetessa ma, come dicevo, la sua opera poetica ha in un certo senso messo in ombra l’importanza del suo lavoro di giornalista. Pensi che, per il fatto che lei fosse così ferocemente critica con lo status quo maschilista del suo tempo, questo sia voluto? E che cosa ti ha stupito di più della Storni giornalista?
Per rispondere alla prima domanda, anche se in fondo non so risponderti, credo sia importante sottolineare che le cronache e le poesie di Alfonsina Storni muovono dallo stesso desiderio e dalla stessa rabbia, anche se le prime, scritte poco più che ventenne, hanno naturalmente una voce diversa dai versi scritti anni e anni dopo. La Storni giornalista mi sembra più frenetica, più entusiasta, in altre parole più giovane, ma l’autrice resta “fosforescente” tutta la vita, per usare un aggettivo presente nella magnifica canzone a lei dedicata.
A me di queste cronache stupisce praticamente tutto: mi stupisce l’ironia con cui demolisce i capisaldi del machismo a lei contemporaneo, ma mi stupisce anche l’attualità, purtroppo, di alcune delle sue rivendicazioni. Mi stupiscono le impennate con cui, mentre ragiona, ad esempio, su un’inchiesta, su una dichiarazione politica o su un fatto accaduto per le strade di Buenos Aires, improvvisamente conduce il lettore a riflettere sul destino dell’umanità, a sentire il peso dell’oppressione e la voglia di “arie nuove”.

La lingua di Alfonsina in questi articoli trasuda ironia e provocazione, ma al tempo stesso è estremamente elegante e sottile. Quali sono state le sfide che hai incontrato durante la traduzione?
La sfida principale, credo, risiede nell’eterogeneità dei testi tradotti, alcuni dei quali, almeno in certi brani, sono molto vicini alla poesia. Storni scrive a ritmo serrato e firma un centinaio di articoli in due anni, mentre nel frattempo svolge altri lavori. Ne deriva un bisogno urgente di arrivare al dunque. Quando non lo fa, si avverte l’impazienza. C’è quasi sempre un’epifania, un momento in cui sembra trovare le parole esatte per esprimere quel che pensa e sente, e allora esclama, parla direttamente con chi legge, prende in giro, domanda, risponde, si dispera, si entusiasma, sussurra, urla. È una scrittura vivissima, spero lo sia stata anche la traduzione.
Che impressioni hai avuto tu, da uomo, leggendo e selezionando questi testi in cui Alfonsina si appropria della sezione del giornale dedicata alle donne (e quindi, secondo la mentalità dell’epoca, alle questioni più frivole e mondane) per denunciare apertamente l’ingiustizia della condizione femminile di allora?
In parte ho già risposto, in parte non so come rispondere “da uomo”. Se sei d’accordo farei rispondere direttamente l’autrice:
Non sempre si riesce ad arrivare fino all’anima profonda dell’uomo, svegliarlo dal suo incubo, dirgli con dolore e a bassa voce: guardati, ti credi libero e sei oppresso come un povero schiavo.
Le catene che non vedi ma che ti trascini dietro sono le idee inutili con cui altri uomini ti controllano, la sete insaziabile che ti tiene schiacciato al suolo, il tuo egoismo, che è il tuo maggiore inciampo, il panno nero che ti benda gli occhi, la tua codardia, che ti impedisce di guardare la verità e spogliarti una volta per tutte della pesante armatura dentro cui muori, piccolo e meschino.
LA MORTE CHE LA RESE LEGGENDA
Nel 1935 le venne diagnosticato un cancro al seno. Si sottopose a una dolorosa operazione, ma fu tutto inutile. E così, con un ultimo gesto coerente con il coraggio che ha sempre dimostrato, Alfonsina dispose di sé stessa per l’ultima volta: il 25 ottobre 1938 scrisse la sua ultima poesia, Vado a dormire, e la inviò a La Nación. Poi si gettò in mare, davanti alla spiaggia La Perla di Mar del Plata. Di fronte alla malattia e all’impossibilità di guarire, porre fine alla propria vita dovrebbe essere naturale quanto andare a dormire, sembra volerci dire Alfonsina con quest’ultimo gesto.
Lascia a noi posteri qui a discutere se abbia fatto bene o male, se sia stata coraggiosa o debole. E a pensare a quanto sentiamo la sua mancanza.
- L’inquietudine del roseto, Alfonsina Storni. Finisterrae editore, 2023. traduzione di Daniele Lucchini. ↩︎
- Diario di una bambina inutile, Alfonsina Storni. Edicola edizioni, 2025, pag. 136. Traduzione di Alberto Bile Spadaccini. ↩︎
- Diario di una bambina inutile, Alfonsina Storni. Edicola edizioni, 2025, pagg. 143-144. Traduzione di Alberto Bile Spadaccini. ↩︎
- Diario di una bambina inutile, Alfonsina Storni. Edicola edizioni, 2025, pag. 45. Traduzione di Alberto Bile Spadaccini. ↩︎


