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“Ricomporre amorevoli scheletri” di Giovanna Rivero

14 min di lettura

VI PIACERÀ SE

Cercate qualcosa di forte, che vi scuota. La scrittura di Giovanna Rivero mette a nudo con ferocia gli stati animo dei suoi personaggi, figure inquiete sulla soglia tra l’ignoto e l’inizio del cambiamento. Esplora generi diversi, dal gotico alla distopia, dal fantastico alla storia, e in tutti scandaglia le paure collettive trascinandoci in situazioni che tutti noi vorremmo ignorare, ma ci vengono astutamente sbattute in faccia. E, nonostante questo, non si riesce a smettere di leggere.

L’EDITORE

Di Gran vía vi ho già parlato in altre occasioni, per esempio qui. La novità stavolta è che da qualche mese sono entrata a far parte di questa casa editrice che ho sempre amato molto, in qualità di ufficio stampa! Ne sono felicissima, ma vi garantisco che questo blog, così come la newsletter Sudestada e il podcast Fuori dal gioco, resteranno sempre indipendenti e darò sempre spazio anche ad altre case editrici. L’unico criterio di scelta è che il libro mi sia piaciuto e che sia di qualità, meglio ancora se è poco mainstream ed è passato in sordina rispetto all’enorme quantità di libri che escono ogni giorno.

L’AUTRICE

La posizione di Montero, al centro della Bolivia.

Giovanna Rivero è nata a Montero, una piccola città nella regione rurale di Santa Cruz, in Bolivia, nel 1972. A diciassette anni abbandonò la sua città natale per andare all’università e non ci tornò più.

Ancora oggi per lei è difficoltoso tornare, “ogni ritorno coincide con un nuovo e doloroso senso di alienazione”. Uno dei ritorni più dolorosi è stato nel 2018, quando Giovanna è dovuta tornare a Montero per il funerale del fratello, che soffriva di disturbo bipolare.

Ricorda le scarpe che affondavano nella terra umida dove stavano seppellendo il fratello. “Quella sensazione per me è tra le più dolorose”, racconta. L’esperienza luttuosa, insieme alla morte altrettanto prematura di una sua cara amica, la poeta e filologa boliviana Emma Villazón, l’ispirò per scrivere la raccolta di racconti Tierra fresca de su tumba, pubblicata in Argentina dalla casa editrice Marciana nel 2020. La raccolta nacque dalla tensione tra la morte e una comprensione diversa della vita che la scrittrice stava lentamente sviluppando, per sopravvivere all’angoscia che il concetto della “finitudine” della vita suscitava in lei.

Da quel momento, Giovanna Rivero si è proposta con la sua scrittura di non nascondere nulla, di svelare la vulnerabilità e i desideri occulti dei suoi personaggi senza risparmiare dettagli macabri o scomodi al lettore, e non risparmiando nemmeno la Bolivia, che viene sviscerata nelle sue contraddizioni e problemi attraverso metafore spesso distopiche.

“Credo la Bolivia non si possa capire fino in fondo senza, per esempio, la dualità tra l’Altopiano e la Selva amazzonica, o quella tra il Chaco semiarido e le terre umide degli Yungas. In questi territori si snodano tensioni geopolitiche che finiscono per cristallizzare la nostra concezione di ciò che intendiamo per “essere boliviano”, un dilemma che non riusciremo mai a sciogliere perché è proprio questa conflittualità a definirci […]. Ciò che desidero è che i luoghi amazzonici e tropicali abbiano nei miei racconti lo stesso protagonismo politico di quelli andini, molto più frequentati dalla tradizione letteraria boliviana del XX secolo”1.

Nel 2004, Giovanna Rivero ha partecipato al prestigioso Iowa International Writing Program e nel 2007 ha ricevuto una borsa di studio Fullbright negli Stati Uniti. Nel 2011, durante la fiera del libro di Guadalajara, è stata inserita nell’elenco dei “25 segreti meglio custoditi della letteratura latinoamericana”.

L’originalità e la forza della sua scrittura le permettono di tenere insieme generi diversi, passando con scioltezza nei suoi racconti dal distopico al perturbante, dalle ambientazioni futuristiche ai popoli nativi del Sud e del Nord America, senza celare certe affinità con la scrittrice messicana Ámparo Davila – maestra nel creare atmosfere in cui l’incubo s’insinua nell’apparente tranquillità domestica – e con la connazionale María Virginia Estenssoro (purtroppo sconosciuta in Italia), che scandalizzò la Bolivia degli anni ’30 con il racconto avanguardista El occiso, che parlava di infedeltà coniugale e, per la prima volta, di aborto.

IL TEMA DEI RACCONTI

Para comerte mejor, titolo di una delle raccolte da cui sono tratti i racconti dell’edizione italiana. Questa è la copertina della prima edizione boliviana.

Ricomporre amorevoli scheletri è un libro che non esiste in altre lingue, è un’esclusiva per il mercato italiano. Si tratta infatti del frutto del lavoro del traduttore Matteo Lefèvre nell’ambito del laboratorio “Tradurre la narrativa breve”, tenuto da Gran vía. I traduttori e le traduttrici che hanno partecipato a questo workshop hanno selezionato i migliori racconti all’interno di tutte le pubblicazioni già all’attivo di Giovanna Rivero e li hanno raccolti in quest’antologia. Ogni racconto, inoltre, è stato tradotto da una persona diversa, con la supervisione di Matteo Lefèvre. Un bell’esperimento, che permette a giovani traduttori e traduttrici di mettersi alla prova e di vedere il proprio nome su un testo pubblicato.

La Bolivia è un paese lontano dai radar letterari. Di recente, però, le case editrici italiane stanno per fortuna traducendo alcune delle voci più interessanti di questa letteratura, come il più noto Edmundo Paz Soldán, di cui Fazi editore ha tradotto La materia del desiderio e Río fugitivo), e poi Rodrigo Hasbún, portato in Italia da Sur con Andarsene e Gli anni invisibili, e Liliana Colanzi, tradotta da Gran vía, con le raccolte di racconti Il nostro mondo morto e Al buio brillate (di questa ho parlato l’anno scorso su Sudestada, qui).

Lunga vita allora a queste case editrici che coltivano e tutelano la varietà letteraria!

Per quanto riguarda Ricomporre amorevoli scheletri, il titolo è una frase del secondo racconto contenuto nella raccolta, I due nomi di Saulo: “ricomporre un amorevole scheletro” significa cercare qualcosa che possa reggere il peso dell’esistenza e rendere più forti, e per Giovanna Rivero è questo che fa la scrittura.

Il titolo diventa allora una dichiarazione d’intenti, e la scrittrice boliviana a questo proposito dice:

“La scrittura svolge proprio questo lavoro di ricomposizione di uno scheletro malconcio o sempre sul punto di rompersi definitivamente. A volte mi chiedo perché sento così tanto il bisogno di scrivere o di leggere un racconto o qualche pagina di un romanzo ogni giorno, con la stessa urgenza con cui reclamo un bicchiere d’acqua, e la risposta è sempre la stessa: perché in questi testi l’esistenza organizza e rivela il suo senso. Ed è così, allora, che l’atto di scrivere rappresenta per me uno sforzo perenne, irrinunciabile, per raggiungere, anche solo per qualche istante, quel senso sfuggente, quella ragione che riesce a illuminare persino i lati più tristi e insignificanti del quotidiano”.

In questi 15 racconti, che spaziano tra presente, passato e futuro, le ambientazioni distopiche, gotiche o storiche sono soltanto una cornice, un pretesto per spingere i suoi personaggi in situazioni limite, collocandoli in quell’ultimo minuto prima che tutto sfugga di mano e si precipiti per sempre.

Ci sono temi ricorrenti che saldano il tutto, come a creare un’unica massa incandescente che ci repelle e ci affascina allo stesso tempo. Il tema della follia, per esempio, che emerge nel racconto I due nomi di Saulo, in cui la protagonista fa visita al fratello Saulo rinchiuso in un ospedale psichiatrico e lo trova irrimediabilmente perduto nella sua mente. I personaggi di Giovanna Rivero sono infatti alienati, folli, fragili, messi da parte da un neoliberismo spietato e incapaci di affrontare un mondo moderno sempre più fluido e complesso. A questo proposito, Giovanna Rivero ha detto in un’intervista2:

“Credo che l’idea del mostro “trattenuto”, che non sappiamo se riuscirà a rivelarsi e a ribellarsi, è un elemento che compare in ogni racconto di questo libro. Probabilmente la vita è questo, si tratta di come affrontiamo ogni giorno questo mostro interiore e di quando è necessario lasciare che perda il pudore e le buone maniere e s’impadronisca, alla fine, del nostro volto”.

Vi cito brevemente la trama di alcuni racconti:

Yucu, un racconto sul vampirismo ambientato nei tropici, Dentro, che è una sorta di racconto di formazione in cui il diciassettenne Fabio deve trovare i soldi per far abortire la ragazza con cui ha avuto la sua prima esperienza sessuale, e che si conclude con un finale imprevedibile che lascia interdetti.

Altra raccolta da cui sono tratti i racconti dell’edizione italiana.

L’uomo della gamba è davvero perturbante e racconta il viaggio in metropolitana a New York di una donna che cerca di salvare il suo matrimonio riempiendosi di ormoni per riuscire a concepire, ma nel frattempo prova un’indicibile attrazione per la gamba putrescente di un mendicante. Passò come uno spirito e Ritorno, invece, ipotizzano il ritorno di un Evo Morales (personaggio molto controverso della politica boliviana) dal corpo in decomposizione ma immortale, i cui seguaci cercano di colonizzare Marte.

Sarò sincera e vi dirò che non tutti i racconti mi sono piaciuti allo stesso modo, e questo è ovviamente molto soggettivo, dipende dalle sensibilità di ognuno e dai temi che ci “parlano” di più, che toccano le nostre zone d’ombra più o meno profonde. Per me, il racconto più bello è Pelle d’asino, il penultimo del libro. Protagonisti sono due fratelli che dopo la morte della madre sono costretti a trasferirsi in Canada.

Qui la famiglia e le radici assumono la forma di una frattura da ricomporre, un trauma che cresce d’intensità pagina dopo pagina. Come dice Giovanna Rivero, “ogni personaggio – in balia delle sue azioni – si dirige con la forza di un fiume in piena verso il suo momento di rivelazione”.

In conclusione, si può dire che, senza cedere all’esotismo o al costumbrismo con cui spesso sono rappresentate le culture andine in letteratura, Giovanna Rivero riesce in questi racconti a mescolare le tracce di un passato ancora vivo nella società boliviana a un futuro sempre più caotico, attraverso il filo conduttore del perturbante e una scrittura che è davvero un rasoio.

UN NUOVO BOOM?

Tutto cominciò probabilmente con McOndo. L’aneddoto è questo: nel 1994 lo scrittore cileno Alberto Fuguet partecipò all’International Writing Program dell’Università dell’Iowa, dove lui e altri due autori latinoamericani in visita furono avvicinati da un editore statunitense, che propose loro di tradurre e pubblicare alcune delle loro opere.

All’epoca la letteratura latinoamericana era molto popolare grazie a García Márquez e a Isabel Allende, e il marchio di fabbrica di questo enorme successo era il “realismo magico”. Proprio per questo le storie di Fuguet furono rifiutate, l’editore statunitense gli disse che “mancavano di realismo magico” e “avrebbero potuto essere scritte in un paese qualsiasi del Primo mondo”.

Gli editori europei e statunitensi, in un’ottica estremamente paternalistica e coloniale, si aspettavano quindi dagli scrittori e dalle scrittrici latinoamericani le farfalle gialle, il soprannaturale, e credevano – come dice Fuguet – “che qui tutto il mondo porta il sombrero e vive sugli alberi”.

È proprio questo rifiuto editoriale che si dice abbia spinto Alberto Fuguet e Sergio Gómez a pubblicare nel 1996 la loro antologia di racconti esplicitamente post-realisti magici, intitolata McOndo, con l’editore spagnolo Grijalbo Mondadori.

Il realismo magico era diventato per la letteratura latinoamericana una strada senza uscita e un’influenza troppo forte, che faceva sì che i nuovi scrittori e le nuove scrittrici che sorgevano dovessero confrontarsi con dei “padri” ingombranti e soffocanti, e fossero costretti dal mercato a diventare piccole copie di Juan Rulfo, di Julio Cortázar, di Gabriel García Márquez.

Proprio per questo, nel prologo i due curatori dell’antologia definirono il proprio “manifesto”:

“Il nostro paese, McOndo, è più grande, sovrappopolato e pieno di inquinamento, con autostrade, metropolitana, TV via cavo e quartieri popolari. A McOndo ci sono McDonald’s, computer Mac e condomini, oltre ad alberghi a cinque stelle costruiti con denaro riciclato e centri commerciali giganteschi”3.

In generale questi autori (tra cui anche gli argentini Rodrigo Fresán e Juan Forn e il peruviano Jaime Baily) abbandonarono i personaggi eroici, i miti e il magico; il loro posto era occupato da persone comuni immerse in uno scenario urbano. Il grande tema dell’identità latinoamericana (chi siamo?) sembrava aver lasciato il posto al tema dell’identità personale (chi sono?). Si trattava di abbandonare i fantasmi spirituali per sostituirli con i veri fantasmi, quelli che tutti portiamo dentro di noi.

McOndo però aveva un limite, a mio avviso, che era poi quello di gran parte della letteratura latinoamericana ancora fino agli anni ’90: era fatta per lo più da uomini. L’antologia McOndo comprende solo racconti scritti da uomini.

Oggi, c’è una nuova etichetta che tenta di incapsulare la produzione letteraria dell’America Latina: quella del cosiddetto “nuovo gotico sudamericano”, e la novità è che ingloba solo scrittrici. La boliviana Liliana Colanzi, le argentine Mariana Enriquez e Samanta Schweblin, le ecuadoriane Mónica Ojeda e María Fernanda Ampuero sono considerate le voci più rappresentative di questa nuova corrente, caratterizzata dall’esplorazione del macabro, del soprannaturale e dell’oscuro, attraverso una prospettiva che rimane ancorata alle specificità di ciascun paese latinoamericano ma che, per la prima volta, è dichiaratamente femminista e dà voce alle violenze che storicamente hanno attraversato i corpi femminili.

Giovanna Rivero è stata inserita all’interno di questa corrente, ma la sua posizione rimane ambivalente:

“Vengo sempre interrogata sul gotico andino e sempre rispondo dicendo che è fantastico che ci chiediamo cosa sia il gotico. Che non sia un concetto vuoto, che non commettiamo di nuovo l’ingiustizia di mettere dieci autrici nello stesso calderone, per risparmiarci il lavoro di comprendere la singolarità di ciascuna di loro, i loro interessi particolari, i loro mondi specifici. Con gli uomini non succede. Vengono studiati come esemplari unici. Quindi non dobbiamo acconsentire né accettare che siamo tutte gotiche e che ci studino come se fossimo animali”4.

Nonostante apprezzi il riconoscimento che queste scrittrici stanno finalmente ricevendo e la bellezza di creare una sorta di sorellanza a partire dal genere gotico, Giovanna Rivero comunque afferma di scrivere da una prospettiva di libertà radicale, perché è sempre meglio leggere e scrivere senza schemi prestabiliti, senza una checklist delle attuali aspettative del mercato.

Prima di identificarsi con il romanzo gotico latinoamericano, Rivero preferisce identificarsi più come donna, boliviana e della periferia, una triade di fattori che costituisce già un’enorme sfida.

PER APPROFONDIRE

Qui trovate un’intervista che qualche settimana fa la scrittrice ecuadoriana María Fernanda Ampuero ha rilasciato alla Radio Televisione Svizzera a proposito del gotico latinoamericano al femminile, e ha espresso la sua opinione al riguardo.

Qui trovate invece l’opinione della scrittrice messicano-canadese Silvia Moreno-Garcia pubblicata sul New York Times e tradotta su Linkiesta dal titolo emblematico: “L’insopportabile etichetta del realismo magico per descrivere la letteratura latinomericana”. A un certo punto dell’articolo, la scrittrice dice:

“Ho parlato un paio di volte con Mariana Enriquez, la pluripremiata autrice di Los peligros de fumar en la cama, di questa etichetta così ampia. Entrambe la troviamo sconcertante, perché lega il nostro lavoro alla letteratura dei nostri nonni, cancellando il tempo, lo spazio e le differenze geografiche per creare un’unica, grumosa categoria. […] Le categorie non dovrebbero trasformarsi in camicie di forza, ma l’etichetta di realismo magico ha strangolato la letteratura latino-americana più spesso di quanto l’abbia liberata”.

Qui invece trovate un video con i consigli di lettura di Giovanna Rivero (in spagnolo, ma comprensibile perché compaiono le copertine dei libri man mano).

  1. La citazione viene da quest’intervista su Pulp magazine. ↩︎
  2. La citazione viene dall’intervista su Ramona cultural (in spagnolo, traduzione mia) ↩︎
  3. Il frammento di prologo l’ho ricavato da questo paper a pag. 2, la traduzione è mia. ↩︎
  4. La citazione viene da quest’intervista sulla rivista Enclave (in spagnolo, traduzione mia). ↩︎

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