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“Fasi di luna. Racconti dal Paraguay” di Josefina Plá

13 min di lettura

VI PIACERÀ SE

Se non conoscete nulla della letteratura del Paraguay, un paese che ci sembra così ermetico e distante. Se volete conoscere la vita e l’opera di una delle menti più brillanti e all’avanguardia della letteratura latinoamericana; una scrittrice che, in un’epoca di profondo conservatorismo com’era il Paraguay di inizio ‘900, è riuscita a dare voce alle donne, agli indigeni e alle categorie marginalizzate con uno sguardo crudo e onesto, modellando i suoi racconti sulla base della cosmovisione, la sintassi e la psicologia del guaraní, ancora oggi la seconda lingua ufficiale del Paraguay. E tutto questo, senza essere paraguaiana di nascita.

L’EDITORE

Edizioni dell’Orso è una casa editrice specializzata in pubblicazioni accademiche, legate soprattutto alle discipline umanistiche. È stata fondata ad Alessandria nel 1979 ma, in seguito all’alluvione del Tanaro nel 1994, la sede è stata spostata a Novi Ligure.

Molte delle riviste e delle collane pubblicate della casa editrice sono realizzate in collaborazione con le Università e varie istituzioni culturali. In particolare, questo volume di Josefina Plá che vi propongo è stato pubblicato in Italia con il contributo del FONDEC (Fondo Nacional de la Cultura y las Artes) del Paraguay.

L’AUTRICE

Josefina Plá è oggi un’autrice pressoché dimenticata fuori dal Paraguay. Di lei rimane forse solo un busto, eretto in suo onore nell’isola di Los Lobos, dove nacque.

Il busto di Josefina nell’isola di Los Lobos.

Eppure, è stata una donna e una scrittrice straordinaria: crebbe un figlio da sola, emigrò e ricominciò da zero in un paese, il Paraguay di inizio ‘900, dominato da un’oligarchia estremamente maschilista e bigotta. Portò innovazione e denuncia sociale alle lettere paraguaiane e si conquistò un posto nell’ambiente culturale del paese grazie al duro lavoro e a un’integrità assoluta.

Trasformò la difficoltà in forza, l’empatia in qualità letteraria. Lei, la cui storia era iniziata in un posto sperduto in mezzo al mare: l’isola di Los Lobos, un isolotto dell’oceano Atlantico che si trova a nord di Fuerteventura, nelle isole Canarie. Non è nemmeno sicuro il suo anno di nascita: probabilmente il 1897. Quando Josefina nacque, Los Lobos era un posto impervio, dove non c’era altro che capre, cammelli, e il faro dove lavorava suo padre. La sua famiglia, infatti, era l’unica dell’isola: il padre Leopoldo Plá era l’incaricato di accendere il faro. Non avevano altra comunicazione con la terraferma che le navi militari che portavano loro provviste di tanto in tanto.

Proprio per questo, Josefina fu battezzata addirittura sei anni dopo la sua nascita, quando suo padre fu trasferito in un’altra isola con faro, Fuerteventura. Leopoldo Plá era anche uno scrittore e si faceva arrivare dalla terraferma, oltre alle provviste, anche dei libri. Fu così che Josefina imparò a leggere quando era molto piccola. Si formò leggendo Rousseau, Balzac, Flaubert e Galdós e sviluppò un precoce amore per la letteratura.

Nel 1924, durante un soggiorno di vacanza a Villajoyosa (Alicante), conobbe un artista plastico venuto da un paese a lei totalmente sconosciuto: il Paraguay. Andrés Campos Cervera era noto nell’ambiente artistico con lo pseudonimo Julián de la Herrería, e sarebbe diventato un vero e proprio cronista delle leggende guaraní e del folclore del suo popolo attraverso la ceramica e la terracotta.

Josefina e il marito Andrés Campos Cervera.

S’innamorarono e si sposarono per procura, poi lei lo raggiunse in Paraguay dopo un lungo viaggio in nave nel 1926. La famiglia Campos Cervera era di origini illustri e l’arrivo di Josefina, figlia di un umile guardiano del faro, li infastidì. La chiamavano “gitana arrivista” e fecero in modo che non fosse ben accolta in società. Lei però non si scoraggiò: cominciò a scrivere opere teatrali, articoli per vari giornali, e si cimentò nelle arti plastiche insieme al marito.

Per Josefina la cultura era una porta di accesso al miglioramento della vita umana, uno strumento infallibile di trasformazione sociale. Nel 1932 scoppiò la guerra tra Paraguay e Bolivia, combattuta nel deserto del Chaco e dovuta al fatto che quella era una zona ricca di giacimenti petroliferi, i cui confini non erano mai stati definiti chiaramente.

Fu forse il conflitto più sanguinoso del Sud America nel XX secolo, che si concluse con la vittoria del Paraguay ma anche con un tragico bilancio: tra i 100.000 e i 140.000 morti. Josefina appoggiò la causa paraguaiana scrivendo lettere ai combattenti e unendosi alle donne che inviavano dolci e sigarette al fronte. Si propose per dirigere il giornale El Liberal, destinato ai combattenti, ma i colleghi non videro di buon occhio che alla guida ci fosse una donna, e indissero uno sciopero di protesta.

Nessuno di loro, però, reggeva il ritmo di lavoro di Josefina, che resistette caparbiamente e mandò avanti il giornale con due soli redattori. Non solo: donò anche il suo salario, pur non essendo abbiente, alle famiglie dei combattenti. Lavorava instancabilmente: fu la prima giornalista donna nella storia del Paraguay, e anche la prima conduttrice radiofonica del paese. Nel 1934 pubblicò il suo primo libro di poesie, El precio de los sueños, e tornò in Spagna con il marito, chiamato a Valencia per lavorare nell’Academia de San Carlos.

Ma la guerra li perseguitava: poco dopo, infatti, scoppiò la Guerra civile spagnola, con tutta la sua violenza, la fame e la miseria.

Andrés Campos Cervera non resistette: si ammalò e morì in Spagna nel 1937. Josefina rimase da sola, senza nulla. Attraversò i Pirenei a piedi e fu costretta a vendere la sua collezione di francobolli per potersi imbarcare di nuovo per il Paraguay. Un aneddoto racconta che la prima cosa che Josefina chiese quando attraversò la frontiera fu una tazza di zucchero, tanto era scarso durante la guerra. Da quel momento in poi, non lasciò più il Paraguay.

Andrés Campos Cervera non aveva mai voluto figli ma, nonostante non abbia più contratto matrimonio dopo essere rimasta vedova, Josefina ebbe comunque un figlio. Pare che il padre si fosse offerto di dare il suo cognome al bambino in cambio della potestà sul patrimonio derivato dalle ceramiche di Campos Cervera, ma Josefina (contrariamente alle consuetudini dell’epoca), si rifiutò e crebbe il bambino da sola. Scrisse più di sessanta libri, circa trenta opere teatrali, venti raccolte di poesie e centinaia di racconti.

Josefina rimase in Paraguay per portare avanti il suo lavoro nonostante la violenza degli anni ’40 e ’50 fosse un grosso ostacolo a qualsiasi attività culturale. Per lei l’esercizio intellettuale era come un “disperato apostolato”. Passò attraverso la dittatura di Higinio Morínigo (1940-1947), la cruenta guerra civile del 1947, e la terribile dittatura di Alfredo Stroessner (1954-1989).

Vide amici scomparire, morire o andare in esilio. Quando le chiesero perché non scegliesse l’esilio anche lei, rispose che “qualcuno doveva pur rimanere per sostenere la torcia dello spirito”. I militari svaligiarono la sua casa, distrussero le sue ceramiche e gli originali di molti dei suoi scritti, mentre lei, con il figlio seduto sulle sue ginocchia, osservava la brutalità con cui quegli uomini annientavano i suoi sforzi di anni. L’amore per la libertà e il senso etico la contraddistinsero sempre, anche quando nel 1972 firmò l’appello per la liberazione dello scrittore Rubén Bareiro Saguier, imprigionato da Stroessner. Per questo suo impegno, le fu impedito di insegnare nella scuola di teatro che aveva fondato venticinque anni prima.

I riconoscimenti, che lei non cercò mai, arrivarono molti anni dopo, quando era già anziana. Augusto Roa Bastos, lo scrittore paraguaiano più celebre fuori dal suo paese, disse di lei:

Questa scrittrice di prim’ordine, che avrebbe potuto distinguersi nettamente tra i suoi colleghi ed essere una figura rappresentativa in qualunque patria dove l’intelligenza e il talento al servizio di una coscienza incorruttibile siano considerati un onore, ha preferito rimanere a lavorare nel suo umile ritiro paraguaiano, perché la sua vocazione e la sua fede, il suo amore per la terra in cui l’ha portata il destino, sono più forti di qualsiasi effimera ambizione. Alla gloria personale preferisce l’anonimo eroismo di chi costruisce un’arte nel deserto1.

Morì ad Asunción l’11 gennaio del 1999.

I RACCONTI, CANGIANTI COME FASI DI LUNA

La raccolta Fasi di luna contiene 21 racconti, scritti tra il 1929 e il 1984. Come vi dicevo, il talento di Josefina fu davvero poliedrico e alla narrativa si dedicò in maniera abbastanza incostante. Il titolo deriva da una battuta che la stessa scrittrice fece su sé stessa:

Si potrebbe affermare che ho fasi come la luna, senza per questo essere più lunatica di qualsiasi altro scrittore che si rispetti2.

Negli anni ’40, il Paraguay dal punto di vista letterario era in stato vegetativo. Continuavano a ripetersi formule e tematiche stantie, le ambientazioni bucoliche e una visione nazionalista del contadino paraguaiano, solitamente il personaggio principale di queste narrazioni. Non si parlava dei problemi sociali né di conflitti di altro tipo. La realtà era che la società era dissanguata dalla guerra del Chaco, dallo sfruttamento nel lavoro, dalle lotte interne e l’esilio.

Insieme a grandi scrittori come lo stesso Augusto Roa Bastos, Elvio Romero, Ezequiel González Alsina ecc., Josefina Plá fondò un gruppo (che sarebbe poi stato definito “La Generazione del ’40”) con lo scopo di rinnovare le fondamenta estetiche della letteratura paraguaiana. Gruppo che poi si dissolse con la guerra civile del 1947, quando molti di questi scrittori andarono in esilio.

Ma mancava un personaggio fondamentale in questa “rifondazione” della letteratura paraguaiana. Josefina ritenne che non poteva esserci rinnovamento senza le donne, senza parlare della condizione femminile. La sua principale ispirazione fu sempre ciò che vedeva intorno a sé, e ciò che vedeva era un paese in cui le donne quasi tutte meticce vivevano una vita segnata da povertà, abbandono e violenza. Josefina decise allora di scrivere di loro senza sentimentalismo, con uno stile asciutto che non è mai crudele perché s’intuisce l’intento di denuncia e la forte empatia che prova per queste protagoniste.

Nascere donna nel Paraguay di quegli anni significava essere soggetta ai soprusi di una società dominata dal machismo, dove la donna poteva essere o un corpo destinato al piacere maschile, o una madre votata al sacrificio per la sua famiglia. Le donne ritratte da Josefina Plá arrancano in questa palude, senza nessuna possibilità di scappare dal loro destino, e il loro finale tragico nei racconti era proprio un modo per scuotere la società, per dare visibilità a un problema sociale sempre più grave ma invisibile.

Il modo di affrontare la questione femminile da parte di Josefina è davvero all’avanguardia: non cede a semplificazioni né a una visione manicheista della società, non perpetua lo schema “uomo carnefice-donna vittima”. Ci sono infatti racconti in cui è evidente la mancanza di empatia tra i personaggi femminili, perché in una società violenta chi ha un po’ di potere vuole salvarsi e non esita a esercitarlo sui più deboli, qualsiasi sia il loro genere. La violenza è sempre legata al potere, ribadisce Josefina.

Anche il tema della maternità viene trattato con una modernità che stupisce: dall’ossessione per la maternità desiderata ma frustrata in racconti come Madrina e La giornata di Pachi Achi, al sentimento di frustrazione e d’insofferenza per l’ingratitudine dei figli. In tutti, la scrittrice non giudica mai, consapevole che “integrarsi significa cercare di comprendere ciò che ci circonda, amandolo”. Senza l’amore il viaggio tra i suoi due mondi la Spagna e il Paraguay non sarebbe stato possibile.

IL BILINGUISMO LETTERARIO DEL PARAGUAY

Il Paraguay è l’unico paese in cui una lingua indigena, in questo caso il guaraní, è parlato oggi dal 70% della popolazione. il guaranì che si parla oggi è il risultato di una mescolanza con lo spagnolo, lingua dei colonizzatori: per portare avanti la loro missione evangelizzatrice, infatti, francescani e gesuiti dovettero tradurre i sermoni in guaranì, contribuendo così involontariamente alla sua preservazione.

Il guaraní fu comunque per molto tempo una lingua discriminata perché associata alle classi più povere e meno istruite. Ci furono momenti nella storia del paese in cui faceva comodo usare il guaraní come strumento nazionalista e identitario, per esempio durante la guerra del Chaco fu usato per inviare messaggi in codice e finì persino in canzoni per unire la popolazione di fronte al nemico. Durante la dittatura di Alfredo Stroessner (“el Tiranosaurio”, come lo chiamava Augusto Roa Bastos) parlare guaranì poteva portare a subire umiliazioni e violenze: a scuola i bambini che lo parlavano venivano costretti a inginocchiarsi su grossi grani di sale e mais e a indossare pannolini come forma di umiliazione. A volte venivano anche picchiati.

Solo con la Costituzione del 1992 il guaraní passò da essere relegato a lingua da usare solo nell’ambito domestico a diventare la seconda lingua ufficiale dello Stato. Anche in quest’aspetto Josefina Plá dimostra tutta la sua modernità: il castigliano con cui scrisse i suoi racconti è continuamente intervallato da inserti in guaraní, proprio perché la lingua che la circondava, che sentiva parlare ogni giorno, era fatta di una mutua impregnazione tra spagnolo e guaraní.

Trovo interessante, anche se a tratti rallenta un po’ la lettura e richiede un po’ di impegno, la scelta della traduttrice Francesca Di Meglio di non tradurre in italiano le parole in guaraní, ma di fornirci un ricchissimo glossario in fondo al volume.

PER APPROFONDIRE

Se volete saperne di più sulla guerra del Chaco tra Bolivia e Paraguay, potete leggere quest’articolo. Qui e qui invece trovate un breve riassunto sulla terribile dittatura di Alfredo Stroessner, responsabile di numerose violazioni dei diritti umani e di crimini contro l’umanità durante i 35 anni del suo governo. Nonostante questo, morì tranquillo nel suo letto nel 2006, nel suo esilio dorato in Brasile.

A differenza delle dittature di Videla in Argentina e Pinochet in Cile, quella di Stroessner in Paraguay non è tanto nota, ma fu una delle più sanguinose e opprimenti dell’America Latina, con 423 desaparecidos, 18.772 persone torturate e 20.090 vittime, secondo uno studio pubblicato dalla Comisión Verdad y Justicia (CVJ).

  1. Augusto Roa Bastos, La poesía de Josefina Plá, 1966, Revista Hispánica Moderna n. XXXII. Traduzione di Francesca Di Meglio, dalla prefazione della raccolta di racconti Fasi di luna. Racconti dal Paraguay di Josefina Plá, Edizioni dell’Orso, 2017. ↩︎
  2. Dalla prefazione della raccolta di racconti Fasi di luna. Racconti dal Paraguay di Josefina Plá, Edizioni dell’Orso, 2017 ↩︎

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