“Notte a Caracas” di Karina Sainz Borgo

VI PIACERÀ SE
Se vi piacciono le storie forti e drammatiche, tratte dalla vita reale, e non vi spaventano le scene crude e la violenza. Se, al di là di ciò che dicono i telegiornali e la geopolitica, volete capire come vivono davvero le persone in Venezuela. Questo romanzo sembra una distopia, purtroppo non lo è. Parla di un Venezuela che sanguina, di un popolo che muore sia fisicamente che spiritualmente, e del dolore di vivere in esilio, pur essendo l’unico modo di sopravvivere. Karina Sainz Borgo scrive con uno stile pacato ed essenziale una feroce denuncia di tutti i regimi totalitari, che masticano e sputano le vite delle persone.
L’EDITORE
Einaudi non ha bisogno di presentazioni: è ancora oggi una delle più importanti case editrici italiane, nata per promuovere la cultura con la C maiuscola. Fu fondata nel 1933 a Torino da un Giulio Einaudi poco più che ventenne insieme a un gruppo di amici del liceo classico Massimo D’Azeglio, tra cui Leone Ginzburg, Cesare Pavese e Norberto Bobbio. Negli anni del fascismo, la casa editrice si pose all’opposizione subendone tristemente le conseguenze: Leone Ginzburg morì in carcere a Regina Coeli nel 1944 a seguito delle torture subite dai fascisti, mentre Giulio Einaudi dovette fuggire in Svizzera.

Fedele al proprio motto, «Lo spirito digerisce le cose più dure», dopo la guerra Einaudi ripartì inaugurando le storiche collane dei Coralli, SuperCoralli e Millenni che trattano narrativa italiana e straniera sotto la guida editoriale di Pavese.
Negli anni ’50, dopo il tragico suicidio di Pavese, l’arrivo di Calvino e Vittorini diedero inizio a una grande sperimentazione e ricerca letteraria con la celebre collana I gettoni; fino ad arrivare negli anni ’70 al momento di massimo splendore con la pubblicazione di La Storia di Elsa Morante, che vendette circa un milione di copie. La crisi finanziaria degli anni ’80, però, fece sì che la casa editrice fosse ceduta a Mondadori, senza tuttavia perdere la sua identità e soprattutto la sua missione, cioè portare avanti la “politica della cultura”.
L’AUTRICE

Karina Sainz Borgo è nata a Caracas, Venezuela, nel 1982. Vive a Madrid dal 2006 ed è giornalista della sezione cultura del noto giornale spagnolo ABC. Notte a Caracas è il suo romanzo di esordio e fu un enorme successo alla fiera dell’editoria di Francoforte nel 2019, tanto che i diritti di traduzione furono venduti ben presto in 30 paesi. Il Time l’ha addirittura inserito tra i migliori libri del 2019.
Karina Sainz Borgo è stata definita una delle più potenti voci letterarie della diaspora venezuelana. Lei dice che «il paese a cui vorrebbe tornare non esiste più. Fisicamente è lì, ma il suo spirito è scomparso». Il suo secondo romanzo, La custode, è uscito nel 2022 sempre con Einaudi e il terzo romanzo, La isla del Doctor Schubert, edito da Lumen in Spagna, è ancora inedito in Italia. In tutti i suoi romanzi, l’autrice narra le vicende del Venezuela e tratta temi come la violenza del potere, la perdita dei legami, l’abbandono e l’esodo.
LA TRAMA
Più che i fatti narrati (che non vi svelo troppo perché farei inevitabilmente spoiler), ciò che conta davvero in questo romanzo sono le sensazioni che, man mano che leggiamo, s’impadroniscono di noi. La violenza, la paura, l’insicurezza, passano da essere qualcosa che sentiamo nelle notizie o leggiamo sui giornali, a qualcosa che viviamo insieme alla protagonista Adelaida Falcón.
Adelaida sa benissimo, dopo aver sepolto la madre, che arriverà prima o poi qualcuno a riesumare il corpo per toglierle gli occhiali, i vestiti o qualsiasi cosa si possa rubare. Sa che i beni di prima necessità ormai si trovano solo al mercato nero, che dopo il coprifuoco è meglio chiudersi in casa per evitare gli spari nella notte, e si sente fortunata se trova una lattina di tonno o una bottiglia di vino nascoste in un ripostiglio.

Adelaida conosce solo la violenza, sin da quando era bambina. A Caracas non ha mai giocato all’aperto, poteva farlo soltanto nella casa delle zie, che vivevano nella zona rurale di Ocumare de la Costa. Negli anni ’80 e ’90 lo Stato e la polizia cercavano di tenere sotto controllo la delinquenza nella capitale. Ora, invece, la violenza conta con la protezione delle autorità, è la cifra stilistica dei Figli della Rivoluzione che hanno occupato le strade e massacrano chiunque si opponga al regime.
Avevano promesso. Che nessuno avrebbe più rubato, che sarebbe andato tutto al popolo, che ciascuno avrebbe avuto la casa dei suoi sogni, che non sarebbe più accaduto nulla di male. Avevano promesso, finché si erano stancati. Le preghiere inascoltate si erano guastate con il calore del risentimento che le alimentava. Niente di ciò che accadeva era attribuibile ai Figli della Rivoluzione.
Se le panetterie erano vuote, era colpa del panettiere. Se la farmacia era sprovvista anche di una semplice scatola di anticoncezionali, era colpa del farmacista. Se arrivavamo a casa esausti e affamati, con due uova in un sacchetto, la colpa era di chi quel giorno si era aggiudicato l’uovo che mancava a noi. Con la fame si scatenò la lunga lista di risentimenti e paure. Ci scoprimmo ad augurare il male all’innocente e al carnefice. Eravamo incapaci di distinguerli1.
Adelaida Falcón ha sempre avuto come unica famiglia sua madre e ha speso tutti i suoi risparmi per cercare di guarirla dal cancro. Ora le è rimasto solo l’appartamento in cui vivevano insieme. Adelaida, a differenza della madre che si chiamava proprio come lei, non è coraggiosa. Non è una donna forte, come quelle a cui ci ha abituato tanta narrativa contemporanea. «Ereditai valore. Non fui valorosa. Come Borges nella poesia, mamma»2, confessa. Lei, che è andata all’università e per vivere fa la redattrice editoriale, è quasi il simbolo della cultura che affonda in Venezuela, della perdita della ragione di un intero paese.
Un giorno Adelaida esce di casa e, tornando, scopre che qualcuno ha cambiato la serratura del suo appartamento e non può più entrare. Sente da fuori le voci di un gruppo di donne affiliate al regime chavista, capisce che stanno spaccando i suoi piatti e distruggendo i suoi libri, e scopre poi che quelle donne hanno deciso di rendere il suo appartamento un magazzino per il contrabbando di alimenti. La Marescialla, l’aggressiva leader di questo gruppo, ha montato un business basato sulla fame di un intero paese. Si appropria delle razioni di cibo che il governo distribuisce e le rivende al doppio, al triplo.
Quella situazione tragica e disperata, a un certo punto rivelerà un’unica possibilità di salvezza per Adelaida. A patto che trovi il coraggio di decidere tra la morale e la sopravvivenza.
La vita era ciò che era accaduto. Quello che avevamo fatto e che ci avevano fatto. Il vassoio dove ci avevano aperto a metà come un pane che lievita3.
LA CONTROVERSIA POLITICA
Mentre la critica e l’editoria hanno accolto per lo più con grande approvazione il romanzo di Karina Sainz Borgo, molti lettori, in particolare su Goodreads, lo hanno accusato di essere un romanzo “opportunista”.

A detta di questi ultimi, la storia è prevedibile e non presenta un particolare interesse, se non per il fatto che è ambientata in Venezuela ed è stata pubblicata proprio nel momento di maggior crisi del paese: quel 2019 in cui, se vi ricordate, l’oppositore politico Juan Guaidó aveva cercato di dare una spallata al governo di Maduro incitando le persone a scendere in piazza e manifestare contro le condizioni economiche devastanti e la repressione a cui Maduro da anni sottoponeva il paese, costringendo più di 3 milioni di venezuelani ad andarsene.
Guaidó in quei giorni aveva giurato come presidente ad interim e così il Venezuela si era trovato catapultato al centro dello scenario internazionale, con gli Stati Uniti di Trump che chiedevano alla comunità internazionale di riconoscere Guaidò come presidente venezuelano, e la Russia di Putin che continuava a sostenere Maduro. Secondo i dati di Amnesty International dell’epoca, “In soli cinque giorni (dal 21 al 25 gennaio 2019) almeno 41 persone sono morte durante le manifestazioni, tutte uccise da ferite da arma da fuoco. Oltre 900 persone sono state detenute arbitrariamente e per il solo 23 gennaio (la data in cui ci sono state manifestazioni a livello nazionale) ci sono notizie di 770 arresti arbitrari”.

La spallata, quindi, non c’è stata e Maduro ha ripreso il controllo con ancora più forza di prima. In questo contesto venne pubblicato il romanzo, che Karina Sainz Borgo definì “un romanzo politico ma non politicizzato”. Disse in un’intervista a El País che aveva impiegato anni per scriverlo, perché il dolore era troppo forte. Per molti lettori, invece, era evidente durante la lettura “l’urgenza” con cui il romanzo era stato scritto, per pubblicarlo proprio in quel momento. Un vero prodotto del marketing, che in poco tempo portò all’improvvisa fama una giornalista fino a quel momento abbastanza sconosciuta.
Chi ha ragione? Sicuramente un grande difetto del romanzo è la presenza di un unico punto di vista, quello di Adelaida che è senz’altro una vittima e ha una visione disperata e tragica. Noi lettori non possiamo sapere se ciò che racconta Karina Sainz Borgo sia realistico, o sia solo il frutto delle posizioni politiche anti-chaviste dell’autrice. È un peccato che non ci sia un coro di voci e di personalità, ma solo quello di una donna debole la cui personalità non viene sviscerata a fondo, ma sembra essere funzionale alla raffigurazione manicheista della società venezuelana, dove da un lato abbiamo le vittime che subiscono e dall’altro i “cattivi” che detengono il potere.
Il personaggio di Adelaida può essere inoltre respingente per noi lettori. È una donna fredda, a tratti egoista, che guarda il mondo che la circonda attraverso una continua contrapposizione tra “l’io” e “gli altri” e che ricorre alla sistematica disumanizzazione di tutti coloro che sono ideologicamente contrapposti a lei.
Non c’è nessuna caratterizzazione psicologica dei militanti del regime, come per esempio delle donne che invadono la sua casa, delle loro storie personali. Non sapremo mai cosa li ha spinti ad appoggiare il regime. Sono, agli occhi di Adelaida, esseri abietti e basta, rappresentanti di quel socialismo venezuelano che è in realtà una dittatura che usa la povertà come strumento di controllo sociale.
Questo, a mio avviso, è il limite del romanzo dal punto di vista narrativo, ma penso sia voluto. In un contesto sociale in cui domina la violenza e l’ingiustizia, di certo il tuo primo pensiero è sopravvivere, pensare a come affrontare la giornata successiva. La paura disumanizza, come dice Adelaida:
Eravamo diventati tutti sospettosi e vigili, la solidarietà si era trasformata in predazione. […] Vivere era diventato uscire a caccia e rientrare vivi. I nostri atti più elementari erano questi, persino quando seppellivamo i nostri morti4.
Al di là di questa parzialità, io credo che il merito di Notte a Caracas sia il tentativo dell’autrice di fotografare il crollo del Venezuela attraverso la finzione, andando oltre la semplice narrazione dei fatti offerta dai giornali. La sua traduzione in tante lingue ha fatto sì che la letteratura venezuelana si spingesse oltre il solito mercato ispanofono e arrivasse anche da noi in Italia, dove praticamente non ci sono altri autori venezuelani tradotti.
È, a mio avviso, un “romanzo-sfogo” che urla al mondo la catastrofe, la profondità della voragine che ha inghiottito il Venezuela, la rabbia, il dolore e il lutto che Karina Sainz Borgo prova per aver perso il suo paese. Il senso di colpa che, dopo più di dieci anni in Spagna, non l’abbandona per il fatto di essersi salvata, mentre la sua famiglia è ancora là. Senso di colpa che affida alle parole della sua protagonista:
Vivere, un miracolo per me ancora incomprensibile, che mi azzanna con i morsi del senso di colpa. La sopravvivenza fa parte dell’orrore che si porta dietro chi scappa. Un predatore deciso a distruggerci se siamo sani, per farci sapere che qualcuno meritava di restare in vita più di noi5.
PER APPROFONDIRE
“Io penso che ci vorrà molto tempo perché il Venezuela recuperi il suo futuro. In vent’anni, nel tempo di una generazione, le persone non hanno conosciuto la giustizia, non hanno conosciuto la separazione dei poteri, non si rendono conto del fatto che sono i delinquenti quelli che dovrebbero andare in carcere. […] Spero di sbagliarmi, ma io penso che il processo sarà molto lungo e doloroso”. Qui trovate un’intervista a Karina Sainz Borgo ospite al Salone del Libro di Torino nel 2019.
Nel frattempo, da un lato abbiamo Nicolás Maduro, un leader autoritario traballante, che adotta il vecchissimo espediente di distrarre le persone dalla gravissima crisi anticipando il Natale e, di fronte alla minaccia di un possibile attacco statunitense, invita i suoi a «festeggiare, festeggiare, festeggiare e ancora festeggiare, fino a quando il vostro corpo regge».
E dall’altro María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la Pace 2025, che si affida completamente agli Stati Uniti per far cadere Maduro e che sembra pronta a tutto, persino a svendere il suo paese agli statunitensi. Ha promesso di aprire agli investimenti privati e stranieri tutto il settore petrolifero, l’unica grande ricchezza del Venezuela. A novembre, parlando in teleconferenza a una riunione di politici e imprenditori statunitensi a Miami, ha detto «Parlo di un’opportunità da circa 1.700 miliardi di dollari». Pare ben lontana dai princìpi della «transizione pacifica» con cui il Comitato norvegese del Nobel ha motivato la decisione di attribuirle il premio.
In tutto questo, come sempre a rimetterci è il popolo venezuelano. Chissà se troverà mai pace.
- Notte a Caracas di Karina Sainz Borgo, Einaudi, 2019, traduzione di Federica Niola, pagg. 45-46 ↩︎
- Notte a Caracas di Karina Sainz Borgo, Einaudi, 2019, traduzione di Federica Niola, pag. 138. ↩︎
- Notte a Caracas di Karina Sainz Borgo, Einaudi, 2019, traduzione di Federica Niola, pag. 108 ↩︎
- Notte a Caracas di Karina Sainz Borgo, Einaudi, 2019, traduzione di Federica Niola, pagg. 11-12 ↩︎
- Notte a Caracas di Karina Sainz Borgo, Einaudi, 2019, traduzione di Federica Niola, pag. 164 ↩︎


