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“Opere complete (e altri racconti)” di Augusto Monterroso

11 min di lettura

VI PIACERÀ SE

Ve ne fregate dei pregiudizi che da sempre circondano il genere del racconto in Italia (e, addirittura, qui parliamo persino di microracconto) e cercate nella forma breve sia humour che profondità. Con Augusto Monterroso si sorride amaramente e si diventa complici del suo sguardo giocoso e al tempo stesso caustico sulle nostre debolezze di esseri umani.

L’EDITORE

Occam è una piccola casa editrice umbra nata nel 2022, la cui missione risuona tantissimo con la mia: quella di riscoprire e pubblicare opere che “hanno rischiato di perdersi”. L’estetica è minimal: copertine bianche e tutte uguali, forma quadrata e tascabile, niente fronzoli.

Il catalogo comprende opere di narrativa, saggistica e poesia ma non prevede collane, perché Antonino Trizzino e Marina Tiberi, i due editori, sono poco inclini agli inquadramenti. L’obiettivo è conciliare lo sguardo verso il passato con l’attenzione alle voci del mondo contemporaneo, qualunque sia la loro provenienza.

L’AUTORE

«Augusto Monterroso è il caffè espresso della prosa letteraria». Così lo definì il critico letterario Saúl Yurkievich, per la sua capacità di condensazione estrema e un’intensità che si assapora velocemente proprio come un caffè espresso. Era nato a Tegucigalpa, in Honduras, il 21 dicembre del 1921, ma all’età di quindici anni si trasferì in Guatemala con la sua famiglia. Honduras e Guatemala, “il cortile di casa” degli Stati Uniti, il bottino delle grandi multinazionali di banane e caffè.

A vent’anni, un Monterroso pieno di fervore giovanile si opponeva alla dittatura del generale Jorge Ubico, che dal 1931 al 1944 instaurò uno dei regimi più repressivi del Centroamerica, favorendo d’altra parte gli interessi della United Fruit Company. Monterroso fu arrestato con un suo amico per avere dipinto dei graffiti contro il dittatore, e già qui s’intravedeva la vena ironica che avrebbe avuto da scrittore: su un muro scrisse infatti “no me Ubico”, un gioco di parole tra il cognome del dittatore e il presente del verbo “ubicar”, che in spagnolo significa “trovare, situarsi”.

Uscito dal carcere, continuò la sua opera di opposizione scrivendo su un giornale sovversivo, “El Espectador”, ma fu di nuovo arrestato. Un giorno di pioggia torrenziale, riuscì a scappare dal carcere e a rifugiarsi nell’ambasciata del Messico, che gli concesse l’asilo politico. Arrivò in Messico nel 1944, con in tasca i Saggi di Montaigne e poco altro. Le sue peripezie per motivi politici non finirono qui, però: iniziò a lavorare come diplomatico nell’ambasciata del Guatemala in Messico fino a diventare viceconsole. Fu trasferito in Bolivia ma, poco dopo, cadde il governo di sinistra di Jacobo Árbenz, rovesciato da un colpo di stato organizzato dalla CIA.

Una nuova fuga lo portò in Cile, dove visse di lavori sottopagati e fu di nuovo arrestato per avere difeso un indigente che si era scontrato con un poliziotto. Appena ebbe il denaro sufficiente, tornò in Messico e, finalmente, ebbe un po’ di pace e riuscì a trovare lavoro come editore e correttore di bozze alla UNAM (l’Università Autonoma di Città del Messico). Dopo tanto penare, Augusto Monterroso decise allora di smettere di lottare pubblicando articoli in giornali sovversivi o facendo graffiti: la sua protesta sociale si sarebbe trasferita in campo letterario. Il suo impegno politico non cessò mai, semplicemente si trasformò in un’ironia graffiante, che emerge in punta di piedi in tutti i suoi racconti:

In un lontano paese visse molti anni fa una Pecora nera. Fu fucilata.  Un secolo dopo, il gregge pentito le innalzò una statua equestre che stava molto bene nel parco. Così, in seguito, ogni volta che apparivano pecore nere, venivano rapidamente passate per le armi, perché le future generazioni di pecore comuni potessero esercitarsi anche nella scultura.1

Il suo spirito ribelle si manifestò nella ricerca della sperimentazione formale e nell’ingegnosità linguistica, grazie all’enorme cultura da autodidatta che si era costruito negli anni. Cervantes, Quevedo, Calvino e Shakespeare divennero le sue guide. Forgiò una scrittura che era una perfetta combinazione di levità e profondità, e decise di adottare come arma un’ironia tenera e malinconica che scaturiva più da un lucido disincanto che dalla volontà di colpire qualcuno. Era il suo modo di affrontare la vita e di non soccombere di fronte a un mondo completamente irrazionale e disumanizzato.

Monterroso amava le cose piccole, gli attimi inafferrabili che però svelano tutta la fragilità e le contraddizioni degli esseri umani. Non curandosi di cosa volesse il mercato (la pubblicazione regolare di romanzi, cosa valida anche oggi), cercò sempre la sperimentazione e l’originalità, a scapito della fama letteraria. Cambiava pelle da un libro all’altro, diceva «non mi piace ripetermi. Personalmente, penso che uno non dovrebbe mai trovare una formula».

Il risultato sono testi ibridi che suscitano nel lettore sorpresa e incanto e che sono apparentemente semplici da leggere. La verità è che, dietro il lavoro di soppressione, limatura e condensazione, c’è un intento di attentare contro le nostre stupide consuetudini, di distruggere sornionamente le nostre convinzioni. Alla critica pungente di Monterroso non sfugge nessuno, nemmeno Monterroso stesso. Non si prendeva mai sul serio. Non cercò mai l’erudizione né la gloria, e se gli chiedevano quale fosse il segreto per scrivere un buon racconto, lui diceva semplicemente:

La verità è che nessuno sa come dovrebbe essere un racconto, e lo scrittore che lo sa è un pessimo scrittore di racconti, e già al secondo racconto lo si nota che crede di saperlo, e allora tutto suona falso e noioso e un imbroglio. Bisogna essere molto saggi per non lasciarsi tentare dalla saccenza, dalla sicurezza.

Calvino disse che avrebbe voluto mettere insieme una collezione di racconti di una sola riga, ma che non ne aveva trovato nessuno che superasse quelli di Monterroso. Roberto Bolaño lo inserì ne I detective selvaggi, nel personaggio di Pancracio Montesol. Gabriel García Márquez disse che i racconti di Monterroso vanno letti “con le mani in alto”, perché la loro pericolosità sta nell’apparente mancanza di serietà. Carlos Fuentes disse di lui «ciò che a noi richiedeva cento pagine, a lui bastava una frase».

Nonostante l’ammirazione da parte dei più grandi e l’essere considerato unanimemente come il padre del microracconto, Augusto Monterroso purtroppo è ancora oggi un autore di nicchia, poco conosciuto dal grande pubblico. E a lui forse piacerebbe ancora così.

Morì d’infarto a Città del Messico il 7 febbraio del 2003, a 81 anni.

L’IRONIA DEL TITOLO “OPERE COMPLETE”

Il titolo altisonante di questa raccolta di micro-racconti, Opere complete (e altri racconti), è un gioco, una testimonianza dell’atteggiamento autoironico e sornione di Augusto Monterroso. Si tratta infatti di un volumetto di poco più di cento pagine, che contiene tredici racconti brevi, ed è l’opera di esordio dello scrittore, altro che le sue opere complete!

Già dalla sua prima opera (datata 1959) possiamo cogliere l’essenza di quella che sarà tutta la sua produzione: situazioni paradossali, tra il fantastico e il grottesco; riflessioni metaletterarie; empatia nei confronti dei più deboli; una continua vena parodistica velata di malinconia e disincanto nei confronti dell’umanità. Questa raccolta comprende il micro-racconto per cui Monterroso è ancora famoso, Il dinosauro, considerato il più breve racconto mai scritto nella storia della letteratura. Una sola frase.

Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì2.

Ci sono state molte discussioni sul perché si debba considerare un racconto, una storia vera e propria, e non una semplice frase. Io penso che sia un racconto perché sembra continuare oltre la pagina, e porre tantissime domande al lettore… Chi si svegliò? Quando è questo quando? E dove si svolge l’azione? Ci sono sicuramente due personaggi, forse antagonisti, che hanno un rapporto ambiguo. È tutto lasciato alla nostra immaginazione, ci sono solo domande e nessuna risposta. È questo che fa la vera letteratura, mettere in moto la nostra immaginazione.

I miei racconti preferiti della raccolta sono Mr Taylor, una denuncia provocatoria dello sfruttamento statunitense in Guatemala; First Lady, che è una parodia del narcisismo culturale dei ricchi privi di talento ma pieni di pompose velleità artistiche; e L’eclissi, che è una feroce critica dell’arroganza di un prete spagnolo, che cerca di ingannare i Maya convinto di saperne più di loro sugli astri.

IL DECALOGO IN DODICI PUNTI

Come vi dicevo, Augusto Monterroso non ha mai pensato di poter insegnare mai nulla a nessuno, men che meno a scrivere. Il suo Decalogo dello scrittore in dodici punti3, allora, diventa un’altra irresistibile testimonianza della sua ironia:

Primo: Quando hai qualcosa da dire, dillo; se non hai nulla da dire, dillo lo stesso. Scrivi sempre.

Secondo: Non scrivere mai per i tuoi contemporanei, e men che meno (come fanno in molti) per i tuoi antenati. Fallo invece per la posterità, epoca in cui sarai indubbiamente famoso. Del resto, si sa che la posterità rende sempre giustizia.

Terzo: Non ti dimenticare, per nessuna ragione, del famoso detto: “in letteratura non c’è nulla di scritto”.

Quarto: Quello che puoi dire con cento parole, dillo con cento parole; quello che puoi dire con una, una. Non usare mezzi termini; quindi, non scrivere mai nulla che abbia cinquanta parole.

Quinto: Benché non sembri, scrivere è un’arte; essere scrittore significa essere un artista, come l’artista del trapezio, o il lottatore per antonomasia, cioè colui che lotta con la lingua; per questa lotta, esercitati giorno e notte.

Sesto: Fai tesoro di tutti gli svantaggi, come l’insonnia, la prigione o la povertà; il primo di essi ha reso Baudelaire uno scrittore, il secondo Pellico e il terzo ciascuno dei tuoi amici scrittori. Insomma, evita di dormire come Omero, evita la vita tranquilla di Byron e cerca di non guadagnare quanto Bloy.

Settimo: Non inseguire il successo. Il successo distrusse Cervantes, ottimo romanziere fino al Chisciotte. E per quanto il successo sia sempre inevitabile, procurati qualche fallimento di tanto in tanto, perché i tuoi amici possano intristirsi un po’.

Ottavo: Cerca di avere un pubblico intelligente, ovvero composto da ricchi e potenti. In questo modo non ti mancheranno né la comprensione né lo stimolo per andare avanti, che emana spontaneamente da queste due sole fonti.

Nono: Credi in te stesso, ma non tanto; dubita di te stesso, ma non tanto. Quando hai dei dubbi, credi; quando credi, dubita. In questo risiede l’unica vera saggezza che può accompagnare uno scrittore.

Decimo: Cerca di dire le cose in modo tale che il lettore senta sempre che in fondo è come o molto più intelligente di te. Ogni tanto fai veramente in modo che lo sia; però, per riuscirci, dovrai essere più intelligente di lui.

Undicesimo: Non ti dimenticare i sentimenti dei lettori. Generalmente, è ciò che di meglio possiedono; non come te, che ne hai pochi, perché in caso contrario non vorresti essere scrittore.

Dodicesimo: Un’altra volta il lettore. Quanto meglio scriverai, più lettori avrai; e quante più opere raffinate saprai dare al tuo pubblico, tanto più i tuoi lettori ambiranno le tue creazioni; se scrivi per la massa non sarai mai popolare, nessuno ti importunerà per strada né ti indicherà col dito al supermercato.

L’autore offre allo scrittore la possibilità di scartare due di questi enunciati, e di rimanere con i restanti dieci.

PER APPROFONDIRE

Qui Augusto Monterroso racconta i suoi inizi come scrittore (in spagnolo). La sua università fu la Biblioteca Nacional de Guatemala, ci andava tutti i giorni dalle 18, quando finiva il turno di lavoro in una macelleria, fino alle 22. Lo fece per sei o sette anni. Era una biblioteca povera, fatta di libri donati da avvocati e notai, persone che avevano in casa solo libri classici, nessun autore moderno. «Sono stato fortunato – dice Monterroso sornione – avevo diciassette anni, andavo in biblioteca e chiedevo un libro di Baltasar Gracián e mi portavano la prima edizione, quella del ‘600! Non avevano nessun pregiudizio, credo che, francamente, non conoscessero il valore di quello che mi stavano dando».

  1. La pecora nera e altre favole di Augusto Monterroso, Occam editore, 2023, traduzione di Antonino Trizzino. ↩︎
  2. Opere complete (e altri racconti) di Augusto Monterroso, Occam editore, 2024, traduzione di Bruno Arpaia, pag. 62 ↩︎
  3. Il resto è silenzio di Augusto Monterroso, Occam editore, 2025, traduzione di Gina Maneri. ↩︎

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