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“Chiamatemi Cassandra” di Marcial Gala

15 min di lettura

Dopo il grande successo di La canzone di Achille di Madeline Miller, molti autori e autrici si sono lanciati nel cosiddetto “retelling”, cioè un nuovo interesse nel raccontare l’epica classica dal punto di vista di personaggi che non erano mai stati protagonisti di queste storie, come le donne o gli uomini incastrati nello stereotipo di eroi forzuti e virili.

Per quanto quest’operazione fosse all’inizio interessante e avesse avvicinato alla lettura tanti giovanissimi (complice tiktok), come spesso succede il mercato è poi stato invaso da migliaia di retelling mitologici tutti uguali e si è arrivati alla solita saturazione. Chiamatemi Cassandra è uscito probabilmente quando la saturazione era in corso, o non è stato pienamente compreso, ma per me è un libro straordinario e mi dispiace che non se ne parli ancora, che non venga citato più spesso.

Altra cosa su cui mi piacerebbe soffermarmi è la definizione, che ho visto in alcune recensioni online, di “realismo magico sudamericano” associata a questo romanzo. Spesso si usa ancora quest’espressione come una specie di “contenitore” per catalogare i romanzi latinoamericani quando ci sono elementi che non si riconducono strettamente al realismo, che si tratti di sogni o di elementi che sono frutto dell’immaginazione dei protagonisti. Beh, mi sembra che ormai il “realismo magico sudamericano” sia quasi sempre citato a sproposito, indice di una certa pigrizia e di un’ottica semplicistica da parte di chi recensisce, perché la letteratura latinoamericana da anni ormai è molto più del realismo magico.

Infine, permettetemi un’ultima piccola nota forse un pochino polemica, ma utile secondo me per inquadrare il romanzo: in alcune recensioni online si è detto che questo romanzo è molto crudo e che “la violenza non fa sconti al lettore”. Ci può stare che ci sia un trigger warning per i lettori più sensibili, ma dobbiamo sempre ricordare secondo me che la vita che vivono tantissime persone in molti paesi del mondo è questa: è fatta di violenza, di oppressione, di ingiustizie.

In Chiamatemi Cassandra siamo a Cuba, e quella che viene raccontata è la realtà dei cubani tra gli anni ’70 e ’80, una realtà fatta di persecuzioni politiche, razzismo, omofobia e povertà. La letteratura ha il dovere di denunciare, non di edulcorare, ed è questo che fa Marcial Gala con uno stile e una capacità di linguaggio uniche, che ricordano tanto uno dei più grandi esiliati della letteratura cubana: Reinaldo Arenas.

VI PIACERÀ SE

Amate la mitologia e cercate non un semplice retelling ma un romanzo che sappia utilizzare la mitologia per parlare del nostro tempo e di una questione attualissima: la ricerca della propria identità di genere. Marcial Gala non solo riesce a far convivere nello stesso romanzo l’Iliade, la guerra in Angola combattuta dai volontari cubani, la mitologia greca, la Cuba degli anni ’70-’80, la violenza, l’omofobia e la vita delle persone comuni in maniera assolutamente armonica, ma riesce anche a creare una storia incalzante e ipnotica, da cui non riuscirete a staccarvi facilmente.

L’EDITORE

Sellerio è una casa editrice unica nella storia dell’editoria italiana: fondata nel 1969 a Palermo dai coniugi Elvira ed Enzo Sellerio, ha costruito un prestigio indiscutibile grazie alla qualità delle sue scelte e alla sua riconoscibilità grafica. Negli anni, infatti, sono rimasti identici la carta, i formati, il blu iconico delle copertine e le collane seguono ancora il progetto grafico di Enzo Sellerio e la linea editoriale costruita anno per anno da Elvira Sellerio, sviluppando l’impulso iniziale di Leonardo Sciascia.

Molti lettori conoscono Sellerio per i gialli letterari di Andrea Camilleri e i romanzi di Marco Malvaldi, Antonio Manzini o Alicia Giménez Bartlett, ma vi invito a esplorare un po’ il ricco catalogo della casa editrice palermitana per trovare anche dei romanzi stupendi di autori latinoamericani come la brasiliana Eliane Brum, il peruviano Jaime Bayly, il messicano Jorge Ibargüengoitia ecc ecc. Oggi Sellerio è ancora una casa editrice indipendente a conduzione familiare, guidata da Antonio, figlio di Elvira ed Enzo, e dalla sorella Olivia.

L’AUTORE

Marcial Gala è nato all’Avana nel 1965 ma è sempre vissuto in una città fuori dai grandi giri, Cienfuegos (sulla costa meridionale di Cuba, a 250 km dalla capitale), luogo in cui ha ambientato gran parte dei suoi romanzi. Da ragazzo ha praticato boxe e canottaggio, è laureato in architettura e ha scoperto la sua passione per la scrittura leggendo Borges. 

Il suo stile ha il ritmo del parlato, erede del racconto orale tipico della cultura afrocubana. Le sue storie partono solitamente da una situazione realistica per poi allontanarsene in un crescendo verso l’assurdo, la follia o il paradosso. Ha lasciato Cuba e vive a Buenos Aires dal 2016. Ha denunciato spesso la mancanza di democrazia a Cuba e le difficoltà di essere pubblicati all’estero, soprattutto se sei non solo un autore cubano ma anche un autore nero.

A Cuba non esiste un vero e proprio mercato del libro, ci sono molte case editrici piccole che cercano di sopravvivere lottando con la cronica mancanza di carta e le vendite bassissime, tanto che persino gli autori cubani noti all’estero vengono pubblicati in piccole tirature. Per quanto riguarda la censura da parte del governo, sembra che negli ultimi anni si sia un po’ allentata, soprattutto per gli autori che sono riusciti ad avere un po’ di risonanza all’estero.

In un’intervista, Marcial Gala dice a questo proposito: «Non sono mai stato d’accordo con l’indottrinamento letterario cubano e, nonostante questo, ho pubblicato a Cuba La catedral de los negros (2012), che è un romanzo abbastanza critico con il regime ma ha vinto un premio molto importante a Cuba [il premio Alejo Carpentier] e poi ha vinto il Premio de la Crítica. Ho pubblicato anche a Cuba Sentada en su verde limón (2004), e nemmeno in questo romanzo il sistema viene dipinto in maniera positiva.

Il romanzo Sentada en su verde limón è stato tradotto in italiano e pubblicato nel 2018 da Nuova Editrice Berti.

È molto facile demonizzare Cuba stando fuori e tesserne le lodi quando ci sei dentro. Io credo che la verità stia al centro. Dire che la letteratura cubana è sempre stata schiava del sistema non è corretto. Ci sono stati molti ottimi scrittori che hanno pubblicato la maggior parte delle loro opere a Cuba ed erano critici. Adesso vivono a Miami o in Spagna.

Altri scrittori cubani hanno creato una specie di “realismo socialista”, soprattutto dopo il cosiddetto “quinquennio grigio” [dal 1971 al 1976], durante il quale fu represso il pensiero non allineato al regime e l’omosessualità. A Cuba c’è spazio perché le persone abbiano un’opinione e dicano quello che pensano. Spesso le persone si autocensurano per paura a perdere dei viaggi o altre cose, ma se lo vogliono trovano uno spazio per dire ciò che pensano. Io non sono fuggito da Cuba. Me ne sono andato con il mio biglietto aereo e il mio passaporto in regola».

LA TRAMA DI CHIAMATEMI CASSANDRA

Sento che non voglio essere quel Raúl, voglio essere Cassandra, non Raúl. Non voglio che a scuola mi chiamino Senza Ossa, non voglio che mia madre mi chiami Rauli, voglio passare un sacco di tempo a guardare il mare finché il mare non si consumerà nei miei occhi e non sarà altro che una linea bianca che fa piangere. Sono a Cienfuegos, ancora non sono un piccolo finto soldato qui in Angola, dove non piove mai, il capitano ancora non mi ha chiamato nella sua tenda per dirmi: «Togliti i vestiti: dobbiamo fare un gioco che ti piacerà».1

Siamo a Cienfuegos, Cuba, tra gli anni ’70 e ’80. Raúl è un adolescente biondo dalla pelle chiara e gli occhi azzurri, e dalle prime righe del romanzo ci viene svelato il suo conflitto: si sente nato in un corpo sbagliato. E non solo: è un lettore disperato, ricerca la bellezza nei libri per sfuggire alla desolazione che lo circonda, e scrive poesie. Il che, nella Cuba di quegli anni, è solo fonte di problemi:

«Non ti voglio più al laboratorio: non è per te, è che non voglio problemi, dicono che non ce ne sono ma poi ti analizzano e lo sai, la corda si rompe sempre dal lato più debole. Buona fortuna Raúl Iriarte, ne avrai bisogno se continui a scrivere così», ha sussurrato il professore quando eravamo ormai fuori dall’ufficio, mi ha dato un rapido abbraccio e io sono rimasto a guardarlo allontanarsi in fretta, fino a uscire dalla scuola. Prima di arrivare a casa, ho strappato il foglio su cui avevo scritto quella poesia e l’ho gettato nella spazzatura. Avevo la febbre2.

Il regime di Castro aspira alla costruzione di un “uomo nuovo”, rigorosamente ateo e comunista, un uomo virile per cui “la mancanza di coraggio è il maggior peccato che si possa commettere”, come dice il rozzo padre di Raúl. “Patria o muerte” deve essere il mantra di ogni cubano, un mantra che annulla ogni possibile diversità, a cominciare ovviamente da quella sessuale. Raúl, invece, non solo si sente una ragazza imprigionata nel corpo di un maschio ma, dopo aver letto L’Iliade, adora in modo così totalizzante i miti greci da convincersi di essere la reincarnazione di Cassandra, figlia di Ecuba e Priamo, a cui Apollo ha donato una preveggenza maledetta, perché è condannata a non essere mai creduta.

Articolo di Gabriel García Márquez sull’Operación Carlota, uscito nel numero 53 della rivista Tricontinental, 1977.

L’immagine di Raúl è plasmata da coloro che lo circondano a loro piacimento: sua madre, che ha sempre “un’aria di distaccata, costante malinconia, come se le piovesse dentro”, lo incita a vestirsi da donna perché vede in lui la defunta sorella Nancy. Quando si arruolerà soldato in Angola – nella cosiddetta “Operación Carlota”, in cui i cubani appoggiarono militarmente il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, che era allora una colonia portoghese – il capitano dell’esercito abuserà di lui, vedendo nel suo aspetto efebico una forte somiglianza con la moglie rimasta a Cuba.

Raúl sopravvive a questa realtà ostile e disfunzionale creandosi una realtà parallela, in cui è Cassandra a parlare nella sua testa e a dirgli che lui non è altro che la sua reincarnazione. E allora Raúl vede il destino delle persone che lo circondano sapendo, come la Cassandra mitologica, che non può dirlo perché nessuno gli crederà. La storia si ripete e gli uomini compiono sempre gli stessi errori.

Le Cassandre di tutti i tempi portano su di sé il peso della millenaria sofferenza del mondo, impotenti perché non credute. Ma la Cassandra che abita il corpo di Raúl decide di tacere, non prova ad avvertire gli altri. Accetta il suo destino con rassegnazione e un senso di pace, e questo le concede l’anonimato. Essere Cassandra è l’unico strumento emotivo che Raúl ha per evadere dal proprio corpo, così piccolo e poco virile, dalla sua famiglia, dal suo paese, dalla Storia. Un modo per provare a essere libero, nonostante tutto.

Più volte durante la lettura ci si chiede cosa sia reale e cosa sia frutto dell’immaginazione di questo personaggio sospeso tra maschile e femminile, tra terra e cielo, tra cronaca e mito. Marcial Gala lo definisce «un simbolo capovolto della mia terra, che ha annunciato tante catastrofi mai diventate
realtà. E che ha promesso sempre senza mai mantenere».

ESSERE OMOSESSUALI A CUBA

Nel 2008 si celebrò per la prima volta a Cuba la Giornata mondiale contro l’omofobia e Mariela Castro Espín, figlia del presidente Raúl Castro, comparve mano nella mano con due persone omosessuali durante i festeggiamenti.

Mariela Castro Espín

All’iniziale entusiasmo per questo cambio di rotta, è subentrata un’opinione molto più cinica: si dice che questo passaggio dalla storica omofobia del castrismo all’inclusione sia dovuto a un ambizioso progetto di “trasformismo”, con il quale lo Stato concede diritti a settori della società che hanno oggi una forte carica simbolica dopo l’oppressione del passato, e tutto questo per sopravvivere all’attuale crisi di legittimità del regime.

Raúl Castro spera forse in una nuova rivoluzione castrista che possa cambiare tutto per non cambiare nulla: l’ascesa al potere di una donna, sua figlia Mariela Castro Espín. Questa diffidenza dell’opinione pubblica riguardo all’apertura del regime verso gli omosessuali è coerente se si ripercorre un po’ il passato: per tutti gli anni ’60 ci furono retate per arrestare gli omosessuali e vennero istituite le “Unidades Militares de Ayuda a la Producción” (UMAP), dei veri e propri campi di lavoro forzato.

Qui venivano internati, oltre agli omosessuali, anche i testimoni di Geova e i cattolici militanti, per farli diventare membri produttivi della società in linea con l’ideologia rivoluzionaria. Per Castro, infatti, “gli omosessuali non avrebbero mai potuto essere dei veri rivoluzionari” e questi campi di lavoro forzato dovevano farli diventare “veri uomini”. A causa delle proteste internazionali, già nel 1967 i campi di lavoro forzato furono chiusi e fu modificato il Codice Penale, in cui gli omosessuali venivano definiti “figure delittuose”.

Verso gli anni ’90 ci fu anche un cambiamento nella sfera culturale: furono pubblicati autori prima marginalizzati come Virgilio Piñera e nel 1993 ebbe un grande successo nazionale e internazionale il film “Fragola e cioccolato” prodotto dall’Instituto Cubano del Arte e Industria Cinematográficos (Icaic). Il governo castrista a quel punto giustificò la precedente persecuzione delle persone omosessuali con la minaccia dell’invasione statunitense: prima della Rivoluzione del 1959, infatti, per gli Stati Uniti L’Avana era la principale meta di turismo sessuale; quindi, per i castristi, gli omosessuali erano l’incarnazione della corruzione e degli eccessi della borghesia occidentale.

Questa omofobia di stato fu la scusa perfetta per trasformare una fetta della popolazione socialmente indesiderata in manodopera gratuita, eliminando al tempo stesso coloro che, oltre a essere omosessuali, erano anche dissidenti politici. Oggi, Mariela Castro Espín offre senza dubbio un’immagine “più gentile” del regime castrista, ma il suo discorso inclusivo ha un’impronta fortemente “maternalista”: nei suoi interventi pubblici, infatti, Mariela Castro Espín parla delle necessità delle persone transessuali assimilandole a quelle dei bambini e degli adolescenti.

Bisogna «accudirli, ascoltarli e, soprattutto, comprenderli. Inoltre, bisogna evitare che si organizzino tra di loro, perché questo potrebbe condurre a episodi di autosegregazione e isolamento, limitando la naturalizzazione della loro condizione sessuale dentro la società». Non a caso, la Castro Espín si oppose all’organizzazione di un Pride a Cuba alludendo che non fosse “pertinente” per il paese, perché “la cosa importante è la comprensione della necessità di essere più umani”.

In tutto questo finto dibattito, Yoani Sánchez, giornalista del famoso blog “Generación Y”, in un articolo intitolato «Uscire dall’armadio» sottolinea l’ironia di promuovere la tolleranza sessuale e non quella politica. A Cuba si può oggi cambiare sesso ma non cambiare presidente attraverso il voto3.

PER APPROFONDIRE

Nel 2022, all’uscita del romanzo in Italia, Marcial Gala è stato ospite alla libreria Il Ponte sulla Dora di Torino. Qui trovate una registrazione della diretta.

Qui potete approfondire un episodio poco noto della storia: l’aiuto militare che Cuba diede all’Angola per liberarla dal dominio portoghese nel 1975, la cosiddetta “Operación Carlota”. Carlota era stata una schiava angolana deportata a Cuba che nel 1843 aveva guidato una rivolta contro i padroni nello zuccherificio di Matanzas di Triunvirato. Carlota fu catturata e uccisa brutalmente come avvertimento agli altri schiavi, ma il coraggio di questa donna angolana divenne parte dell’eredità rivoluzionaria del popolo cubano.

Infine, una nota divertente: nelle mie ricerche per quest’articolo ho scoperto che il gruppo punk rock cubano e anticastrista “Porno para Ricardo” nella canzone El General gioca con una voce che corre da tempo sulla presunta bisessualità di Raúl Castro e lo definisce un «tiranosaurio, alcoholicus, bisexualicus».

Spero che questa puntata vi sia piaciuta e vi ringrazio tanto per avere letto fino a qui! Vi ricordo che potete anche seguirmi su Substack, dove ogni mese esce una nuova puntata della newsletter Sudestada. Mi trovate anche su Instagram, dove pubblico contenuti ogni settimana e vi racconto curiosità, personaggi letterari e recensioni di libri.

Fatemi sapere se volete che recensisca un libro in particolare, o se c’è un paese latinoamericano che v’incuriosisce dal punto di vista letterario, sono aperta a ogni vostra richiesta! 🙂

  1. Chiamatemi Cassandra, Marcial Gala. Sellerio, 2022, pag. 13. ↩︎
  2. Chiamatemi Cassandra, Marcial Gala. Sellerio, 2022, pagg. 68-69 ↩︎
  3. Fonte storica: articolo Mariela Castro, los homosexuales y la política cubana di Frances Negrón Muntaner. Rivista Nueva Sociedad, n. 218, novembre-dicembre 2008. ↩︎

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